Pietro Tresso e i tanti Pietro Tresso della nostra storia

Stefano Tassinari manca. Manca perché ha un merito, quello di essere spesso contro ad un sentire – purtroppo – comune. Lo è quando scrive “L’amore degli insorti”, lacerando il velo di ipocrisia (borghese, si direbbe) che cala quando si affronta il discorso lotta armata in Italia. E lo in “Il vento contro”, lacerando il velo di ipocrisia (comunista, si dice) che cala quando si parla di trotzkismo e di orrori.

Eppure parlare apertamente dei propri errori ed orrori è il modo migliore per essere fedeli ad un proprio ideale, alle proprie idee. Certo, non è facile farlo quando chi si cela dietro il velo di ipocrisia è lo stesso che quegli errori ed orrori li ha vissuti in prima persona ed oggi è ancora lì e, quindi, in prima persona dovrebbe ammetterli.
Bisogna sganciarsi ed essere sganciati da tante dinamiche per farlo.

tresso2(3)Leggere “Il vento contro” del Tas aiuta in questo. Aiuta come leggere “Omaggio alla Catalogna” di Orwell. Il fatto che io li abbia letti entrambi a distanza di un mese (e in modo del tutto casuale, non sapendo di cosa parlasse questo libro di Tassinari) credo mi sia servito. E’ vero, sono sganciato da ogni dinamica e forse mi viene più facile. Ma non sono sganciato da quell’idea. Eppure quell’ideale oggi lo sento ancora più mio. Sento ancor di più di appartenere ad una storia comune a tante donne e tanti uomini. Una storia che mi pone a fianco a Pietro Tresso e i tanti Pietro Tresso uccisi da uomini e burocrazie ottuse e rancorose.

“I gesti di spingere i corpi con i piedi fin dentro le fosse rappresenta l’ultima umiliazione riservata a Blasco e Abraham, prima che un metro di terra s’incarichi di nascondere, per tutti gli anni a venire, un atto ignobile e brutale.

Ma solo agli occhi di chi non vuol vedere”.

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Se niente importa, a che serve uscire dalla crisi

Se c’è un libro che ha influito sulla mia vita è “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer. Ed è forse il primo libro per il quale il titolo italiano sia meglio di quello originale (Eating Animals).

Se niente importa è quello che la nonna dell’autore gli aveva detto, raccontando di quando – dopo essere stata liberata da un campo di concentramento nazista – vagava affamata e infreddolita. Un contadino gli offrì della carne e lei la rifiutò perché non era kosher e lei ebrea non poteva mangiare che quella.
“Se niente importa, non c’è niente da salvare”.

E’ una della frasi che più mi aiutano a riflettere e compiere scelte. Ci ripensavo l’altro giorno leggendo le reazioni di alcuni di fronte al Colosseo e i Fori chiusi per un’assemblea dei lavoratori. “Perderemo turisti”. “La crisi”. ecc…
Io ho pensato a “se niente importa”. Se niente importa, non importano i diritti dei lavoratori, a che serve uscire dalla crisi.
Non tutto è sacrificabile. E men che meno lo sono i diritti.

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La vignetta è di Mauro Biani per il manifesto.

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L’unica mobilità possibile

In queste ore in tanti scrivono di Luca, animatore della campagna #salvaiciclisti e di tante realtà territoriali che, con la bicicletta, hanno tanto a che fare.

Non conoscevo Luca. Eppure quel logo da lui creato mi ha accompagnato per qualche mese. Del resto, in piccolo, anche a Pomezia mettemmo su un gruppo di #salvaiciclisti (link e link) e realizzammo qualche iniziativa, compresa una delibera poi bocciata dal consiglio comunale (primo comune in Italia a farlo, non so se l’unico).

Non voglio dilungarmi. Tanto è stato detto da tanti e molto meglio di quanto farei io. L’unica cosa che voglio fare è pubblicare una foto. Una foto scattata quest’estate durante il mio giro dei Paesi Baschi (non in bici, ma per l’anno prossimo sto studiando i Pirenei, stavolta sì, in bici). Si tratta di Oñati, un piccolo paese di circa 10.000 abitanti, dove però hanno capito quale sia l’unica mobilità possibile.
Foto che dice più di mille parole e che è ciò per cui Luca e per Luca (e i tanti troppi Luca uccisi sulle strade) dovremo ancor più impegnarci.

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Roma k.o. Duka e Marco Philopat

roma_koEsistono libri e libri. Ci sono quei libri scritti bene e interessanti. Ci sono libri scritti bene e orrendi. Ci sono libri scritti insomma ma che ti ritrovi ad amare perché parlano in qualche modo di te.

Quest’ultimo è il caso di Roma k.o. Non è un libro ben scritto. Ma non importa in questo caso. O meglio, importa nella misura in cui non è un libro per tutti. E’ uno di quei libri che sapresti a chi regalare, perché solo chi ha vissuto e condiviso con te una stagione politica potrà davvero apprezzarlo.

E’ un libro di racconti e di stagioni. Racconti e stagioni tenute insieme dall’amore, dalla droga e dall’odio di classe. Nasce nelle perifierie e tenta di impadronirsi dei “centri” (tra virgolette lo capirete solo leggendo il libro). E’ la storia di una, di diverse, generazioni politiche. E di quello stesso – triplice – comune denominatore.

Parte da lontano. Dagli anni ’70. Anni lontani che la mia generazione può guardare solo per capire dove siano certe radici. Ma poi arriva agli anni del G8 di Genova ed è lì che invece la mia generazione, chi ha cominciato a fare politica in quei mesi, può trovare se stessa, quei discorsi, quelle passioni, le lotte. Al G8 finisce. Finisce nonostante in tanti, negli anni a venire, si sia provato a fare qualcosa. A sgomitare. A costruire. Ma in effetti qualcosa lì si è fermato e forse ancora non si è riusciti a mettere in rete quelle energie da cui ripartire.

Due passaggi, legati alla mia militanza mi sono segnato.
Il primo è questo:
“Ohh, è arrivato er Piotta!”
“E chi è il Piotta? Il rapper?” chiede Morgana al Duka.
“Nooo! Er Piotta è Paolo Cento, deputato dei Verdi, il negoziatore…”
“L’ultima volta che ho visto negoziare il Piotta” dice sorridendo il Duka “è stato in via Tolemaide a Genova nel 2001”.
Mi ha fatto sorridere, anche se quello che accadde dopo quella negoziazione non fa proprio sorridere. Comunque sorridere perché per me Paolo Cento molto è legato a quegli anni e a quegli episodi. E molte volte c’erano uscite di questo tipo durante riunioni e incontri.

Il secondo passaggio invece è questo:
“Se parli del movimento No Global italiano sono d’accordo con te, ormai si è dissolto, però bisogna capire che cazzo è successo nel 2003, quando il corteo è stato cammellato da Rifondazione e siamo rimasti soli davanti a un esercito di guardie…”
“Ma quando?”
“Il 4 ottobre all’Eur, per il vertice Ue. Sulla questione dei violenti e non violenti, hanno voluto rinnegare Genova e pure tutta la storia della lotta di classe… ‘Fanculo! Brigata Lepri si dovevano chiamare, non Partito della Rifondazione Kommunista”.
Il pezzo poi continua e anche il proseguo è interessante.
Quella manifestazione fu una delle più “cattive” a cui partecipai. Ricordo – avevo 20 anni – di averla passata praticamente tutta a fare il cordone di apertura. Erano quasi tutti compagni toscani. Davanti a noi c’era qualche organizzatore – ricordo Bernocchi. Poi solo la polizia. Ricordo la bruttissima sensazione (erano gli anni del post G8 e la tensione, la paura, erano presenti) salendo dal laghetto dell’Eur fino all’obelisco. Tutte le vie che si affacciavano sulla Cristoforo Colombo erano chiusi da cordoni di polizia, carabinieri, finanza. Ricordo che pensai “se decidono di caricare ho dietro tutto il corteo, davanti e ai lati solo polizia. Sono cazzi”. Arriviamo nella piazza dell’obelisco. Zona rossa. Si prova a sfondare. Cariche. Ricordo la sensazione di vedere la polizia – anzi era la finanza – a non più di 5 metri da me corrermi contro a manganelli spianati. Ricordo la corsa a perdifiato lungo il muro di cemento che separa le corsie della Colombo. Una corsa ad ostacoli. Infatti, a tenere insieme le due parti di cemento ci sono delle giunture in acciaio che andavano saltate.
Ricordo le discussioni all’interno del Partito (ero un iscritto – sempre eterodosso – a Rifondazione). Ricordo il dibattito sulla non violenza. Io ero contrario. Non alla non violenza in sé. Ma alla non violenza intesa come sempre e comunque.

Questo libro è una storia dove ognuno ci può buttare dentro le sue storie. Aiuta una narrazione comune. E la narrazione comune serve sempre, per capire dove si è, con chi si è e chi si è.

Roma k.o. Romanzo d’amore droga e odio di classe, Duka e Marco Philopat, Xbook, € 16, pp. 220

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Pensieri (non) miei: Omaggio alla Catalogna

«Per quanto all’epoca si imprecasse, in seguito si è compreso di essere stati in contatto con qualcosa di strano e prezioso: avevamo vissuto in una comunità dove la speranza era più normale dell’apatia e del cinismo, dove la parola “compagno” indicava vera solidarietà e non, come nella maggior parte dei paesi, un’impostura. Avevamo respirato aria di eguaglianza. Sono ben consapevole che al giorno d’oggi vada di moda negare che il socialismo abbia qualcosa a che fare con l’eguaglianza. In ogni paese del mondo un’enorme tribù di burocrati di partito e di leccati professorini si dà molto da fare per “provare” che socialismo non significa altro che un capitalismo di stato pianificato in cui rimanga intatta la motivazione dell’avidità. Ma per fortuna esiste anche una visione del socialismo molto diversa da questa. Quel che attrae la gente comune verso il socialismo e la rende disposta a rischiare la pelle per esso, la “mistica” del socialismo è l’idea di eguaglianza; per la maggior parte della gente il socialismo significa una società senza classi oppure non significa niente».
George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Oscar Mondadori, pp. 85-86

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Si insegna ad amare. Ma che razza di mondo stiamo costruendo?

Anche nelle scuole di Pomezia si propaganda la teoria gender.

Forse dovrei chiamare Mario Adinolfi e dirglielo.

Qui si insegna ad amare. Ma che razza di mondo stiamo costruendo? Dov’è quel sano odio che muove il mondo? Davvero vogliamo vivere rispettando le libertà degli altri?

Il video degli studenti del liceo Pascal.

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