L’unica mobilità possibile

In queste ore in tanti scrivono di Luca, animatore della campagna #salvaiciclisti e di tante realtà territoriali che, con la bicicletta, hanno tanto a che fare.

Non conoscevo Luca. Eppure quel logo da lui creato mi ha accompagnato per qualche mese. Del resto, in piccolo, anche a Pomezia mettemmo su un gruppo di #salvaiciclisti (link e link) e realizzammo qualche iniziativa, compresa una delibera poi bocciata dal consiglio comunale (primo comune in Italia a farlo, non so se l’unico).

Non voglio dilungarmi. Tanto è stato detto da tanti e molto meglio di quanto farei io. L’unica cosa che voglio fare è pubblicare una foto. Una foto scattata quest’estate durante il mio giro dei Paesi Baschi (non in bici, ma per l’anno prossimo sto studiando i Pirenei, stavolta sì, in bici). Si tratta di Oñati, un piccolo paese di circa 10.000 abitanti, dove però hanno capito quale sia l’unica mobilità possibile.
Foto che dice più di mille parole e che è ciò per cui Luca e per Luca (e i tanti troppi Luca uccisi sulle strade) dovremo ancor più impegnarci.

CO7zv9RWoAAPOCs

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , | 1 commento

Roma k.o. Duka e Marco Philopat

roma_koEsistono libri e libri. Ci sono quei libri scritti bene e interessanti. Ci sono libri scritti bene e orrendi. Ci sono libri scritti insomma ma che ti ritrovi ad amare perché parlano in qualche modo di te.

Quest’ultimo è il caso di Roma k.o. Non è un libro ben scritto. Ma non importa in questo caso. O meglio, importa nella misura in cui non è un libro per tutti. E’ uno di quei libri che sapresti a chi regalare, perché solo chi ha vissuto e condiviso con te una stagione politica potrà davvero apprezzarlo.

E’ un libro di racconti e di stagioni. Racconti e stagioni tenute insieme dall’amore, dalla droga e dall’odio di classe. Nasce nelle perifierie e tenta di impadronirsi dei “centri” (tra virgolette lo capirete solo leggendo il libro). E’ la storia di una, di diverse, generazioni politiche. E di quello stesso – triplice – comune denominatore.

Parte da lontano. Dagli anni ’70. Anni lontani che la mia generazione può guardare solo per capire dove siano certe radici. Ma poi arriva agli anni del G8 di Genova ed è lì che invece la mia generazione, chi ha cominciato a fare politica in quei mesi, può trovare se stessa, quei discorsi, quelle passioni, le lotte. Al G8 finisce. Finisce nonostante in tanti, negli anni a venire, si sia provato a fare qualcosa. A sgomitare. A costruire. Ma in effetti qualcosa lì si è fermato e forse ancora non si è riusciti a mettere in rete quelle energie da cui ripartire.

Due passaggi, legati alla mia militanza mi sono segnato.
Il primo è questo:
“Ohh, è arrivato er Piotta!”
“E chi è il Piotta? Il rapper?” chiede Morgana al Duka.
“Nooo! Er Piotta è Paolo Cento, deputato dei Verdi, il negoziatore…”
“L’ultima volta che ho visto negoziare il Piotta” dice sorridendo il Duka “è stato in via Tolemaide a Genova nel 2001”.
Mi ha fatto sorridere, anche se quello che accadde dopo quella negoziazione non fa proprio sorridere. Comunque sorridere perché per me Paolo Cento molto è legato a quegli anni e a quegli episodi. E molte volte c’erano uscite di questo tipo durante riunioni e incontri.

Il secondo passaggio invece è questo:
“Se parli del movimento No Global italiano sono d’accordo con te, ormai si è dissolto, però bisogna capire che cazzo è successo nel 2003, quando il corteo è stato cammellato da Rifondazione e siamo rimasti soli davanti a un esercito di guardie…”
“Ma quando?”
“Il 4 ottobre all’Eur, per il vertice Ue. Sulla questione dei violenti e non violenti, hanno voluto rinnegare Genova e pure tutta la storia della lotta di classe… ‘Fanculo! Brigata Lepri si dovevano chiamare, non Partito della Rifondazione Kommunista”.
Il pezzo poi continua e anche il proseguo è interessante.
Quella manifestazione fu una delle più “cattive” a cui partecipai. Ricordo – avevo 20 anni – di averla passata praticamente tutta a fare il cordone di apertura. Erano quasi tutti compagni toscani. Davanti a noi c’era qualche organizzatore – ricordo Bernocchi. Poi solo la polizia. Ricordo la bruttissima sensazione (erano gli anni del post G8 e la tensione, la paura, erano presenti) salendo dal laghetto dell’Eur fino all’obelisco. Tutte le vie che si affacciavano sulla Cristoforo Colombo erano chiusi da cordoni di polizia, carabinieri, finanza. Ricordo che pensai “se decidono di caricare ho dietro tutto il corteo, davanti e ai lati solo polizia. Sono cazzi”. Arriviamo nella piazza dell’obelisco. Zona rossa. Si prova a sfondare. Cariche. Ricordo la sensazione di vedere la polizia – anzi era la finanza – a non più di 5 metri da me corrermi contro a manganelli spianati. Ricordo la corsa a perdifiato lungo il muro di cemento che separa le corsie della Colombo. Una corsa ad ostacoli. Infatti, a tenere insieme le due parti di cemento ci sono delle giunture in acciaio che andavano saltate.
Ricordo le discussioni all’interno del Partito (ero un iscritto – sempre eterodosso – a Rifondazione). Ricordo il dibattito sulla non violenza. Io ero contrario. Non alla non violenza in sé. Ma alla non violenza intesa come sempre e comunque.

Questo libro è una storia dove ognuno ci può buttare dentro le sue storie. Aiuta una narrazione comune. E la narrazione comune serve sempre, per capire dove si è, con chi si è e chi si è.

Roma k.o. Romanzo d’amore droga e odio di classe, Duka e Marco Philopat, Xbook, € 16, pp. 220

Pubblicato in books, recensioni | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Pensieri (non) miei: Omaggio alla Catalogna

«Per quanto all’epoca si imprecasse, in seguito si è compreso di essere stati in contatto con qualcosa di strano e prezioso: avevamo vissuto in una comunità dove la speranza era più normale dell’apatia e del cinismo, dove la parola “compagno” indicava vera solidarietà e non, come nella maggior parte dei paesi, un’impostura. Avevamo respirato aria di eguaglianza. Sono ben consapevole che al giorno d’oggi vada di moda negare che il socialismo abbia qualcosa a che fare con l’eguaglianza. In ogni paese del mondo un’enorme tribù di burocrati di partito e di leccati professorini si dà molto da fare per “provare” che socialismo non significa altro che un capitalismo di stato pianificato in cui rimanga intatta la motivazione dell’avidità. Ma per fortuna esiste anche una visione del socialismo molto diversa da questa. Quel che attrae la gente comune verso il socialismo e la rende disposta a rischiare la pelle per esso, la “mistica” del socialismo è l’idea di eguaglianza; per la maggior parte della gente il socialismo significa una società senza classi oppure non significa niente».
George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Oscar Mondadori, pp. 85-86

FB_IMG_1438968056756

Pubblicato in pensieri (non) miei | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Si insegna ad amare. Ma che razza di mondo stiamo costruendo?

Anche nelle scuole di Pomezia si propaganda la teoria gender.

Forse dovrei chiamare Mario Adinolfi e dirglielo.

Qui si insegna ad amare. Ma che razza di mondo stiamo costruendo? Dov’è quel sano odio che muove il mondo? Davvero vogliamo vivere rispettando le libertà degli altri?

Il video degli studenti del liceo Pascal.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Per un’egemonia altro-europeista (eravamo nel 2008)

Questo è un post che scrissi nel 2008, quando ero in Attac, pochi giorni prima del referendum irlandese sulla ratifica del Trattato di Lisbona che rendeva prevedibile quanto sta accadendo oggi con la Grecia. Per questo lo ripropongo

lisbona-TrattatoGiovedì prossimo l’Irlanda andrà al voto nel referendum che chiama i cittadini a pronunciarsi sul ratificare o meno il Trattato di Lisbona.

Il voto acquista una valenza particolarmente importante in quanto l’Irlanda è l’unico Paese che – andando contro lo scarso sentimento democratico dell’Unione Europea – ha deciso di percorrere la strada del referendum piuttosto che della ratifica parlamentare – cosa che faranno invece gli altri 26 stati membri. Valenza ancora più importante se si pensa alla necessità che il Trattato sia approvato da tutti i Paesi membri.

Referendum fondamentale in quanto, attorno alla ratifica del Trattato di Lisbona, si gioca anche una buona fetta di credibilità dall’Unione Europea e della sua direzione politica. Credibilità già ampiamente minata a suo tempo dalla bocciatura del Trattato Costituzionale Europeo da parte di francesi e olandesi – che furono anche loro chiamati ad esprimersi tramite referendum – e di cui l’attuale testo rappresenta una mera semplificazione.

Semplificazione che tuttavia colpisce solo la forma, lasciando invariati i contenuti.

I contenuti sono quelli che gettano le basi per un’Europa apertamente neo-liberista, nella quale il principio ordinatore è l’«economia sociale di mercato fortemente competitiva» (art.2 TUE) con la quale – nonostante il gioco di parole possa ingannare – con sociale non si intende un’economia di mercato con finalità sociali, ma una società di mercato autosufficiente, dove l’eventuale benessere sociali discende dal funzionamento del mercato. Ben lontano quindi dalle richieste emerse nel corso degli anni di un’Europa che si fondasse su presupposti più apertamente sociali e solidali, aperta alla partecipazione dei cittadini e a favore di politiche del lavoro lo configurassero come diritto universalmente garantito con le annesse tutele.

Nulla di tutto ciò sta invece avvenendo.

La possibilità di ratificare lo stesso Trattato di Lisbona in Parlamento, senza consultare i cittadini, già di per sé la dice lunga di quale strada si stia decidendo di percorrere.

È, anche se è vero che la nostra Costituzione non prevede referendum sulla ratifica di decisioni prese in sedi comunitarie, nessuno avrebbe potuto escludere un’ampia discussione su quanto, anche il nostro Parlamento, si appresta a fare.

Il silenzio di quasi tutti i mezzi di comunicazione evidentemente lascia credere che una discussione in merito nessuno, né la maggioranza, né, tanto meno, l’opposizione, la vogliano neanche accennare.

E come dar loro torto. I tratti disegnati dal Trattato di Lisbona sono lontani anni luce dai diritti elementari sanciti dalla nostra stessa Costituzione. Proprio in merito al rapporto tra Trattato e Costituzione Italiana, molti sono i motivi di conflitto. Ad iniziare proprio dalle radici fondative più su accennate. Infatti, dove il Trattato fa discendere il benessere sociale dal mercato, la nostra Costituzione, assume come principio fondamentale l’eguaglianza sostanziale, ovvero una prospettiva nella quale la Repubblica ha il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, c.2).

Ma molti altri sarebbero i punti di tensione fra Costituzione e Trattato: dal rispetto tout court della democrazia, alla tutela dei diritti sociali e le limitazioni alle libertà economica, fino al principio di ripudio della guerra.

Probabilmente, altro motivo per cui il silenzio fatto attorno al Trattato è assordante, sta nelle scelte promosse in merito alle politiche del lavoro che trovano ampio anche riscontro nel dibattito in corso nel nostro Paese. L’attacco ai diritti dei lavoratori, anche ai più elementari e infatti notevole. Anche in questo campo è l’economia di mercato che deve dettare le regole e il lavoro non deve essere altro che una merce per raggiungere il massimo profitto. Il lavoratore deve prestarsi a questo obiettivo e accettare che la sua forza lavoro è un bene – una delle tante materie prime che servono alla produzione – da scambiare sul mercato alle condizioni più vantaggiose possibile. Per lavorare bisogna essere flessibili e competitivi altrimenti si è fuori dal mercato e la disoccupazione è la conseguenza.

Molto di ciò è frutto della direttiva Bolkestein, di cui il Trattato è l’ennesima legittimazione. Direttiva Bolkestein che, proprio in questi mesi, sta ottenendo legittimazioni anche dalla Corte di Giustizia Europea che, attraverso le proprie sentenze, sta avvalorando anche quelle parti di cui, in sede di approvazione, si prevedevano revisioni. In particolar modo il fenomeno noto come dumping sociale. Si tratta in breve di un fenomeno prodotto quando, sempre nell’ambito dell’Unione Europea un’azienda di un Paese trasferisce i propri lavoratori all’estero pagandoli meno dei loro colleghi contrattualizzati da una società del posto. In particolare la Corte di Giustizia si è pronunciata su un contenzioso nato tra il governo regionale della Bassa Sassonia e una società polacca che, vincitrice di una appalto nella regione ha inviato propri lavoratori sul posto retribuendoli il 46,57 % del salario minimo previsto dal contratto collettivo vigente e che, la legge della Bassa Sassonia, prevede che tutte le imprese applichino ai propri lavoratori. La Corte, interrogato su questo ha affermato che le disposizioni regionali sul salario minimo non sono compatibili con la direttiva sui lavoratori distaccati e, quindi, che i salari possono essere differenziati.

Uno schiaffo per i lavoratori che dà l’idea di come l’Unione Europea, in merito alle politiche del lavoro, non punti ad un allargamento dei diritti anche in quei Paesi, specie dell’Est Europa, dove i sistemi di protezione sociale per i lavoratori sono praticamente inesistenti, ma al contrario incoraggi i Paesi dove quelle protezioni esistono ad eliminarle, in nome di una competitività tra lavoratori che gioverà solo al profitto di chi detiene i mezzi di produzioni.

Il tentativo che stanno facendo oggi in Italia confindustria e governo Berlusconi, con una certa complicità anche di larga parte del PD, per l’abolizione del contratto collettivo si inserisce perfettamente in questo solco. In tutto ciò i lavoratori sono come sempre tra l’incudine (la grande disponibilità di manodopera a basso costo che le imprese possono utilizzare) e il martello (la necessità per i lavoratori di difendere il proprio potere d’acquisto).

Per questo, oggi più che mai dobbiamo impegnarci per far si che in Italia come nel resto d’Europa si attivi un processo, prima di tutto informativo, sul Trattato, la sua natura e gli effetti che la sua ratifica porterà.

Non essendo presenti in Parlamento la nostra battaglia deve iniziare dalle strade e dai territori sapendo che solo un’ampia mobilitazione potrà incidere sulla ratifica o meno del Trattato di Lisbona.

In Parlamento, oggi, l’unico voto contrario annunciato è quello della Lega. Proprio per questo il nostro impegno e la nostra azione nella società deve essere ancora maggiore. Dobbiamo impegnarci nel produrre egemonia culturale, perché il messaggio che passi non sia quello leghista anti-europeista – che fomenti il razzismo nei confronti del lavoratori stranieri rei di “rubarci il lavoro” per via delle loro richieste economiche – loro malgrado – meno elevate e la pretesa di minori tutele –, ma il nostro, altro-europista – a favore di una ritrovata solidarietà tra lavoratori e un allargamento dei loro diritti nell’ambito dell’intera Unione Europea.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Droghe. Il Cile verso la depenalizzazione dell’uso personale di cannabis

Un mio contributo pubblicato sul sito della Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili.

Un altro paese abbandona la war on drugs. Si tratta del Cile dove martedì scorso la camera bassa del Congresso ha approvato con un ampio margine un disegno di legge che modificare la legge del paese sudamericano in tema di Cannabis.

Non si tratta di una piena legalizzazione, come avvenuto nel vicino Uruguay o in alcuni stati del nord America, ma di un’ampia depenalizzazione dell’uso personale. Con questa nuova legge infatti ognuno potrà detenere fino a 10 grammi di cannabis e coltivare fino ad un massimo di sei piante. Un passo avanti importanti per quello che, a partire dalla dittatura di Pinochet nel 1973, è considerato uno dei paesi più arretrati per quanto riguarda le libertà civili dei propri cittadini. Fino ad oggi, la semina, la vendita o il trasporto di marijuana in Cile è stato un reato punibile fino a 15 anni di reclusione.

Chile-1.-Thousands-demonstrate-in-Santiago-as-part-of-the-Global-Marijuana-March-©-ChileFotoJP-600x401

Tuttavia, prima del via libera definitivo ci sono ancora diversi passaggi da compiere. Innanzitutto un comitato per la salute studierà il disegno di legge prima che la camera bassa lo voti di nuovo. Poi il testo passerà al Senato per l’approvazione definitiva.

Tuttavia la strada sembra aperta e c’è chi già vede in questa svolta un fatto positivo, anche per i tanti che fanno uso di cannabis a scopo terapeutico e che potranno ora coltivare da sé la loro medicina.

In vista di UNGASS 2016 continua ad allargarsi dunque il fronte di quei paesi che, riconosciuto il fallimento della guerra alla droga, stanno cambiando radicalmente strada. L’ultimo, qualche giorno fa, è stata l’europea Irlanda dove è iniziato lo studio di una commissione istituzionale per cambiare la troppo repressiva legge sulle droghe.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento