Antropocentrismo, allevamento intensivo e democrazia alimentare

91925139_10158900417767985_2931309209515458560_oGiovedì scorso – come ogni giovedì – con il manifesto è uscito l’inserto l’Extraterrestre il cui tema principale era “troppa carne al fuoco”. Leggendolo ho sentito il bisogno di scrivere queste righe mosso da quell’immancabile spirito all’analisi critica che ci aiuta a crescere nelle nostre conoscenze e nella nostra politica. Poche righe scritte da lettore affezionato del giornale che, negli ultimi anni, ha ospitato anche alcuni miei interventi, legati al mio lavoro con Antigone.

Ma stavolta il carcere non c’entra, anche se da un punto di vista quantomeno linguistico l’accostamento dei detenuti agli animali, tramite l’epiteto di “bestie” che spesso li accompagna, meriterebbe senza dubbio un approfondimento. Il motivo che mi ha spinto a scrivere è la mia personale scelta etica – e di conseguenza alimentare – di diventare vegetariano prima e vegano poi. Una scelta compiuta ormai 8 anni fa e che, nel corso degli anni, mi ha portato ad approcciarmi a testi e studi che hanno spostato la visione di quella scelta personale verso una scelta che ha dei precisi connotati politici. Anche su questo, tuttavia, non mi voglio dilungare. Ci sono tante persone che ne scrivono in maniera molto più ampia e curata di quanto non farei io e, spesso, anche il manifesto le ospita.

Dunque vado al punto della questione che riguarda una presunta possibile alternativa agli allevamenti intensivi, attraverso la scelta di una filiera corta, controllata e più “etica” (metto il termine etica tra virgolette perché è difficile per me, per la mia etica, pensare che ce ne possa essere un’altra che contempla l’uccisione di un animale, in qualsiasi condizioni lo si sia fatto vivere precedentemente).

Poco tempo fa ho letto un interessante libro di Stefano Liberti, “I signori del cibo”, un viaggio che l’autore ha fatto per raccontare alcuni settori dell’industria alimentare. In questo reportage venivano raccontati tanto i sistemi intensivi di allevamento o coltivazione, quanto quelli “slow”. L’autore, spesso, si poneva la domanda se, questi ultimi, potessero essere in grado di sfamare una popolazione mondiale oggi arrivata a contare 7 miliardi di persone e che sappiamo essere in rapida crescita. Una domanda a cui ne aggiungo un’altra e che riguarda in prima persona l’industria della carne: non avere più allevamenti intensivi, non distruggerebbe la democrazia alimentare?

Molti anni fa lessi Germinale, di Emile Zola, e sottolineai una frase che riporto: “- Vi prego di scusarmi… Avrei tanto voluto offrirvi delle ostriche… Sapete, il lunedì arrivano quelle di Ostenda a Marchiennes, ed era mia intenzione mandare la cuoca a prenderle in carrozza… Ma lei ha avuto paura di essere presa a sassate. Fu interrotta da uno scoppio di risa: tutti sembrarono trovare la cosa alquanto divertente. […] – Comunque vada, ecco intanto una prelibatezza che loro non avranno mai, – dichiarò Grégoire, prendendo una fatta di prosciutto”. Il pezzo in questione si riferisce ad un pranzo che il proprietario della miniera, al centro del romanzo dell’autore francese, stava dando nella sua casa, mentre fuori i minatori (loro) erano in sciopero per le condizioni drammatiche in cui vivevano a causa dello sfruttamento subito. All’epoca di questa lettura ancora mangiavo carne e sottolineai questa frase perché pensavo che raccogliesse tutto lo spirito dell’ingiustizia raccontata in quel romanzo e che sappiamo bene quanto fosse reale. Molti anni e molte letture dopo resta quella percezione di ingiustizia, che almeno dal punto di vista della disponibilità di quella materia prima, il prosciutto nel caso del romanzo, gli allevamenti intensivi hanno permesso di mitigare. Jeremy Rifkin, nel suo “Ecocidio”, ci racconta molto bene il rapporto tra carne e benessere. Il consumo di questo alimento iniziò a salire quando, a seguito della rivoluzione industriale, in Inghilterra si formò la classe operaia. Mangiare carne divenne il carattere distintivo di questa ascesa sociale e proprio in quel momento si andò alla ricerca di soluzione per compensare all’aumento della richiesta di questo cibo. Gli allevamenti intensivi furono una di queste risposte. Aumentarono la disponibilità e mantennero bassi i prezzi. Proprio a questa calmierazione fa riferimento un altro libro, stavolta “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, quando ci racconta di come negli Stati Uniti, in riferimento all’avicoltura, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, mentre il costo di una casa nuova fosse aumentato del millecinquecento per cento, quello di un’auto nuova di più del millequattrocento per cento, il prezzo del latte di solo il trecentocinquanta percento, quello delle uova e della carne di pollo sia neppure raddoppiato.

Sono dunque stati gli allevamenti intensivi a consentire alla maggior parte delle persone di avere sulla propria tavola della carne.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che non c’è necessità comunque di mangiarne ogni giorno e nelle quantità che attualmente conosciamo. Una giusta obiezione a cui se ne può contrapporre un’altra, richiamando il quanto mai semplice – e tuttavia centrale – principio della domanda e dell’offerta, su cui si basa ampiamente il funzionamento del mercato. Sappiamo bene che quando c’è scarsa offerta in presenza di una grande domande i prezzi salgono. Cosa accadrebbe dunque alla carne in una situazione di grande domanda (che permarrebbe) e di poca offerta? Questa legge, in assenza quanto meno di interventi statali di controllo dei prezzi, ci dice che il costo crescerebbero a livelli che per molti diventerebbero inaccessibili.

Dunque è assolutamente vero che le attuali forme di allevamento intensivo sono insostenibili a livello ambientale e umano, ma sono certamente un elemento centrale di quella democrazia alimentare cui facevo riferimento poco più su. Altre forme di allevamento eliminerebbero in parte (o in buona parte, a seconda della loro diffusione) le prime due esternalità negative, ma garantirebbero quell’eguale accesso alle risorse alimentari?

Perché il problema, quando si parla di animali, è che vedere la questione da un punto di vista antropocentrico – con l’uomo al centro del sistema dove tutto è a sua disposizione – è come avere una coperta troppo corta per il letto dove si dorme, la puoi tirare in tutti i modi ma una parte del corpo resta sempre scoperta.

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Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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Una risposta a Antropocentrismo, allevamento intensivo e democrazia alimentare

  1. Mattia ha detto:

    Si stanno facendo domande riguardo una cosa che non è strettamente necessaria nell’alimentazione umana, quindi non capisco cosa ne dovrebbe importare se la carne non fosse più accessibile a prezzi bassi. E’ come interrogarsi su cosa ne sarebbe del prezzo del caviale.

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