Affideresti i tuoi soldi ad un nero?

Il primo libro che ho letto in questo 2020 è “Un altro tamburo”, romanzo di William Melvin Kelley, pubblicato nel 1962, nel pieno della lotta dei cittadini neri americani per il riconoscimento dei loro diritti civili e ristampato recentemente in Italia da NNE. Un consiglio indiretto del caro Marco Petrelli che ne ha ottimanente scritto sulle pagine del manifesto. E perciò questa non sarà una recensione ma una riflessione che un pezzo di storia dell’America segregazionista mi ha suscitato.

Affideresti i tuoi soldi ad un nero?
Sono tanti anni che penso a questa domanda. Tante volte ci ho pensato, ma sono poi mancati sempre luoghi di confronto dove cercare una risposta. Su per giù la prima volta che me la sono fatta è stato nel 2012. Un all’epoca quasi trent’enne come ero, figlio di quella “generazione perduta” (come la definì l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti), spesso deve accontentarsi di fare lavori che magari non avrebbe necessariamente voluto fare. Per un periodo – breve – io mi trovai a fare il consulente assicurativo. Esperienza interessante, comunque, che mi ha dato modo di imparare molte cose e riflettere su molte altre. Come appunto quella che genera queste poche righe. Durante uno dei momenti formativi, si è parlato anche del dress code: abito, camicia, cravatta. Il motivo è semplice, soprattutto quando proponi assicurazioni vita (piani di risparmio, piani pensionistici) le persone – in molti casi anche sconosciute – devono decidere in un paio di incontri, e quindi in poche ore, di affidarti una parte dei loro risparmi. Quello che le spinge a farlo è l’esigenza di avere un piano di quel tipo, la compagnia assicurativa che può tranquillizzarti ma, più di tutti, ci sei anche tu. E devi ispirare fiducia, dal primo sguardo. Qualcuno deciderebbe di affidarti 20.000-30.000 € (o più) se tu andassi ad incontrarle in maglietta e jeans strappati? Probabilmente no, almeno nella maggior parte dei casi. E del resto questa è una prassi che riguarda la maggior parte delle persone che lavorano nel ramo commerciale di qualsiasi azienda.
Quel giorno, mentre il formatore parlava, ho iniziato a fare mente comune e a chiedermi quante volte avessi visto una persona nera lavorare in una banca o in una compagnia assicurativa. Certo, non sono certo uno di quelli che frequenta chissà quante banche. Nella mia vita sarò entrato in una trentina di filiali e in tre o quattro agenzie assicurative. Non è di certo un campione statistico considerevole o affidabile, ma è un campione. E in questo personale campione il numero di neri è ancora a zero. Negli ultimi anni, inoltre, per lavoro passo quotidianamente davanti alla recente direzione nazionale di una grande banca italiana. Spesso incrocio dipendenti di questa banca che escono per il caffè o per il pranzo. E finora non ho mai visto una persona nera tra i dipendenti.
Quello che mi sono chiesto da quel giorno è, dunque: ma se un giorno andassi in banca, o entrassi in un’agenzia assicurativa per stipulare un qualsiasi tipo di piano e il consulente fosse un ragazzo o una ragazza nera, vestito o vestita in modo impeccabile, deciderei di affidargli parte dei miei risparmi (guadagnati con non poco sudore e spesso con non poche rinunce)? Sono abbastanza certo che io lo farei. Ma gli altri? Se ti chiamasse uno Stefano e ti dicesse (è così che funzionano in una buona quantità di casi gli appuntamenti di un consulente assicurativo): “salve, come le aveva anticipato il suo amico, la chiamo per quel suo interesse per un piano pensionistico integrativo. Le va bene vederci tale giorno in tale ora. Benissimo, se mi dà l’indirizzo di casa sua me lo appunto. Grazie, a quel giorno”. Poi quando apri la porta scopri che quello Stefano è un ragazzo nero, quale sarebbe il tuo impatto? Penseresti ad un professionista o penseresti ad un venditore ambulante che in spiaggia magari prova a venderti un asciugamano?
Me lo sono chiesto e me lo continuo a chiedere. E, fuori da ogni ipocrisia, mi rispondo che no, la maggior parte delle persone i loro soldi ad un nero non glieli darebbero.

Leggendo “Un altro tamburo” ho quindi pensato che siamo certamente meno segregazionisti di quanto non fosse l’America – e in particolare quella del Sud, e ci vuole davvero molto poco. Ma che dalla mia esperienza emerge che una sottile forma di segregazione ancora c’è.

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Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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