Perché sono contrario al reddito di cittadinanza?

Chi ha frequentato ambienti della sinistra avrà sicuramente affrontato la questione reddito (che qui si chiamava e si chiama ancora “minimo garantito”) a partire da almeno due/tre decenni fa. Solitamente mi sono imbattuto in due posizioni contrapposte: i favorevoli, in nome della necessità di avere questo strumento, e i contrari, convinti che lo Stato dovrebbe prima di tutto offrire lavoro, da cui discende di conseguenza il reddito.

Io, personalmente, sono molto più vicino a questa seconda posizione. E lo sono ancor di più nell’attuale situazione italiana.
Ogni giorno, facendo una vita da pendolare, mi imbatto nei disservizi di cui Roma e la sua società di gestione del trasporto pubblico locale sono capaci. Una rete di metropolitane ridotta ai minimi termini, mezzi obsoleti, vecchi, sporchi, senza aria condizionata, in alcuni casi rotti. C’è poi la nuova stazione di Acilia, sulla tratta Roma-Lido, che avrebbe dovuto essere terminata a dicembre 2016 e i cui lavori, prima a rilento, sono fermi ormai da mesi.
Ma se mi guardo intorno è facile rendermi conto delle strade ridotte a colabrodo, di scuole e ospedali che necessiterebbero di manutenzione (oltre al fatto che ne servirebbero di nuovi). C’è poi un territorio da sanare dove ogni alluvione, ogni terremoto porta con se distruzione e morti.
Insomma, in Italia ci sarebbe davvero un bisogno disperato di tornare ad investire sul territorio e nelle opere pubbliche e, personalmente, ritengo che se debito debba essere fatto (e il debito non penso sia necessariamente un male), sia meglio farlo per questo tipo di attività che, di conseguenza, impegnerebbero nuova forza lavoro – quella più e quella meno qualificata.

Ma sono da sempre disposto ad ascoltare con attenzione chi perora la causa di un reddito minimo garantito e ad interrogarmi su questo strumento. Lo ho fatto anche sulla questione reddito di cittadinanza e sulla proposta del governo giallo-verde, arrivando alla conclusione che ci siano elementi fin troppo negativi affinché la proposta si possa accogliere.


Innanzitutto quelle che sarebbero le spese ammesse. Per lo più cibo e altri beni primari. Ma il problema è che io non mi sento cittadino solo quando mi metto a tavola e mangio o quando mi alzo la mattina e mi vesto. Io mi sento cittadino anche, e soprattutto, quando ho la possibilità di entrare in una libreria e comprare un libro che serve a formare la mia opinione, cosa che mi rende un buon cittadino. Quando posso andare al cinema, al teatro, ad una mostra. La cultura non sarà un bene primario. Spesso ci sentiamo ripetere che con la cultura non si mangia. Eppure vorrei trovare qualcosa che possa formare un cittadino meglio della cultura. Mi sembra paradossale che un reddito di cittadinanza non tenga conto di questo fatto, come pare potrebbe avvenire. Come se, appunto, comprare un libro o andare a teatro sia un vezzo. Più che un reddito di cittadinanza, dunque, questa misura sarebbe più una carità. Legittima. Importante in molti casi. Ma pur sempre una carità.
Trovo anche sbagliato che non si possano comprare smartphone o computer. E mi sembra paradossale che a negarlo sia una forza politica che, a più riprese, parla della democrazia digitale che spazzerà via ciò a cui siamo abituati. Forse in molti di questi due strumenti fanno un uso sbagliato e monco. Ma smartphone e pc sono due elementi irrinunciabili oggi. Per studiare, lavorare, formarsi, informarsi. Anche queste sono cose che aiutano a formare un cittadino e a liberarlo dal, cosiddetto, assistenzialismo statale.
E sono fondamentali ancor di più perché chi percepisce il reddito di cittadinanza sarà obbligato a seguire dei corsi di formazione. Ma saranno corsi di formazione da estetista, idraulico, manovale, parrucchiere o potranno essere anche da contabile o da grafico, ad esempio? Perché per fare questi ultimi due probabilmente un computer servirà e forse il reddito potrebbe servire a comprarlo.

In generale mi pare si sia tornati ad un’idea di povero tipica della prima modernità dove queste erano considerate persone “non meritevoli” e dunque da controllare. Prima ciò avveniva nelle workhouse, ora avviene attraverso un controllo serrato della Guardia di Finanza sulle spese che si fanno e con la promessa di pene carcerarie fino a 6 anni.

Ci sono poi due altri aspetti che trovo assurdi. Il primo sta nel fatto che se percepisci il reddito dovrai svolgere lavori di pubblica utilità. Anche in questo caso mi pare che ci sia un’idea di disoccupazione sbagliata. Come se questa fosse una colpa individuale o una scelta dettata dalla voglia di stare tutto il giorno sul divano e non una responsabilità che interroga da vicino le politiche economiche di uno Stato. Il secondo elemento riguarda invece il fatto che qualsiasi lavoro ti verrà offerto dovrai accettarlo (o non potrai comunque rifiutarlo più di tre volte) pena la perdita del sussidio.
Questi due aspetti mi sembrano collegati e riprendono in parte anche la questione che affrontavo all’inizio nella contrapposizione reddito vs. lavoro.

Perché una persona con un livello di formazione medio/alto a livello universitario dovrebbe accettare di svolgere un lavoro socialmente utile, o un qualsiasi lavoro che ti venga offerto, anche se totalmente dequalificanti rispetto alla propria preparazione?

Come dicevo per me lo Stato dovrebbe creare le condizioni per cui quella persona non possa fare il lavoro per cui si è formata. Se non proprio il marxista “ognuno secondo le sue capacità a ognuno secondo i suoi bisogni”, qualcosa che comunque ci si avvicini. Capisco da me che non tutti riusciranno a trovare una professione che sia in linea con le sue aspettative, le sue capacità, i suoi bisogno. Conosco persone laureate, con master, che hanno lavori dequalificati. So che però questa è stata una loro libera scelta, dovuto ad un insieme di fattori personali, e non un’imposizione.

Il reddito minimo garantito di cui all’inizio, nei dibattiti che si facevano, era uno strumento che si pensava per sottrarre le persone al circolo vizioso dell’attuale congiuntura economica, alla necessità di accettare un qualsiasi lavoro, ancor più se demanzionato e sottopagato. Il reddito di cittadinanza diventa invece uno strumento per costringerti ad accettare questi lavori. Anche se certo, una scelta c’è, puoi rinunciarci.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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