Etica e odio verso i vegani. Quattro risposte

Qualche giorno fa sono stato intervistato da Vice. La domanda di fondo era: “Perché i vegani scatenano ogni volta tutto questo odio?”. Lo hanno chiesto a quattro di noi e uno, per l’appunto, ero io. L’articolo è qui, ma visto che per ovvie necessità giornalistiche sono dovute essere tagliate, di seguito le mie quattro risposte.

Disclaimer. Sono sgrammaticate così come lo erano nell’originale. Risposte scritte, ma scritte come se fossero parlate.

Da quanti anni sei vegano e perché hai deciso di diventarlo?
Sono diventato vegetariano oltre cinque anni fa, mentre da circa un anno e mezzo sono vegano. Da sempre sentivo una qualche forma di ingiustizia nel mangiare carne, tuttavia piuttosto che affrontarla e attivare quel percorso di “autocoscienza” per usare un termine del femminismo, ho preferito sempre non pensarci. A mettermi davanti a quella che ore considero una mia contraddizione è stato il trovare e prendere un gatto che mi ha spinto a pensare all’empatia che si prova verso loro e che loro provano verso te e di conseguenza al diritto di vivere di un animale. Ma la spinta decisiva è arrivata da un libro, “Se niente importa” di Safran Foer che sa descrivere, con la capacità propria di un grande narratore, il mondo dello sfruttamento animale ponendosi tuttavia come una riflessione personale che riguarda una scelta propria e i motivi che la hanno provocata, senza volontà “convertitoria”. Uno stile che è anche il mio.

Perché, secondo te, ogni volta che si parla di vegani – o dieta vegana – in Italia si scatena un putiferio?
Questa è una bella domanda a cui mi viene difficile però dare una risposta. Penso che i vegani portino in sé un’alterità che mette davvero in discussione alcuni punti fermi nella vita delle persone. Il cibo infatti, oltre ad essere una necessità, è anche un elemento fondante di culture (personali e collettive) e tradizioni. La nostra cultura e la nostra tradizione, inutile negarlo, sono costruite anche sul mangiare animali. I vegani in questo sono un elemento di rottura. In più credo che in parte possa dipendere anche dal fatto che il vegano possa rappresentare un’irruzione nella propria vita soprattutto per quanto riguarda il percorso di autocoscienza di cui parlavo in precedenza. Spesso incontrarne uno ti costringe a porti delle domande che non avresti voluto farti o che avresti ignorato volentieri e a pensare al fatto se sia o meno giusto il tuo modo di alimentarti. Spesso è normale – e accade anche in altri terreni che riguardano le minoranze, dai migranti, agli omosessuali – che per respingere questa alterità e dissonanza si cerchino risposte negatorie che consentano di affermare la propria persona. In questo non vedo differenza tra il bambino ricoverato per la dieta vegana o il migrante che stupra, né vedo differenza nel modo di trattare la notizia da parte di molti media.

Da dove pensi che derivi tutto questo odio?
Credo di aver risposto in buona parte nella domanda precedente.

Una delle accuse più ricorrenti è che diventare vegano sia una “moda”, o un vezzo da hipster. È così?
Come tutti i fenomeni sociali potrebbero sicuramente esserci anche persone che decidano di diventarlo per “moda”. Tuttavia credo che anche il dire “è una moda” sia semplicemente un’altra delle modalità negazioniste dell’identità altera. Dire che una cosa è un vezzo significa non dover avere necessità di approfondirlo. “Sono cose da giovani, poi passeranno”. Frase che tutti abbiamo sentito dire mille volte sui più svariati argomenti, ben sapendo che dietro si celava una semplificazione e un mancata voglia (o capacità) di ragionare sulle reali motivazioni da cui scaturiscono.

Dall’altro lato, c’è chi considera il veganismo una forma di estremismo politico – di qui l’espressione “nazi-vegani”. Cosa ne pensi?
Anche su questo torno al parallelo tra vegano e migrante. Categorizzare un individuo per un suo status può essere comodo, funzionale, può segnare semplicemente ignoranza, spesso malafede. I vegani sono accomunati da una scelta alimentare, poi tra loro trovi quelli di sinistra, di destra, i giustizialisti, i razzisti, ecc. Personalmente il mio essere vegano è una conseguenza dell’essere innanzitutto antispecista. L’antispecismo politico parte dal presupposto che quello animali sia uno sfruttamento che parte da una posizione di dominio, in questo caso di una specie (quella umana) su un’altra (quella animale). Ma vive di interconnessioni, perché di sfruttamento se ne può rintracciare ovunque, per ultimo proprio nel mondo dei migranti a cui ho già fatto riferimento più volte. Se sono vegano è quindi con ogni probabilità anche perché sono di sinistra e perché mi occupo di diritti umani. In questo senso di certo un “nazi-vegano” non ha nulla da spartire con me.

Secondo te, come si può conciliare la tua scelta in un mondo in cui – per vari motivi – non si può essere completamente vegani?
Innanzitutto ritengo che essere completamente vegani sia assolutamente possibile. Per il resto potrei risponderti attraverso una frase di Martin Luther King che in un’occasione disse “prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare, a volte bisogna prendere una decisione semplicemente perché la coscienza dice che è giusta”. Proprio partendo da questa frase ritengo che questa sia innanzitutto una scelta personale che quindi deve conciliarsi con il proprio mondo e il proprio modo di vivere. Una scelta assolutamente possibile da compiere senza difficoltà. Da qui si parte per confrontarsi con il mondo esterno dove certamente ci si ritrova a fare i conti con il fatto di essere una piccola minoranza e dove, credo, la cosa principale che si possa fare è creare consapevolezza affinché più persone possibile possano fermarsi a riflettere sulla fatto che la loro scelta sia giusta.

Pensi che la dieta vegana sia più etica e responsabile di altre?
Ovviamente, personalmente, ritengo di sì. Tuttavia poi bisogna fare i conti con l’etica e sul fatto che accanto ad un’etica sociale condivisa (o che dovrebbe essere condivisa) poi c’è sempre un’etica personale. Ritengo che la possibilità di una donna di abortire sia etico? Certamente sì. Poi c’è chi la pensa diversamente. Lo stesso vale nell’alimentazione e sul fatto di mangiare o meno animali. Prima di fare questa scelta ho mangiato carne e pesce per 29 anni, con amici vegetariani che provavano a convincermi (nei modi sbagliati evidentemente) che questo non era corretto. Il salto, come dicevo all’inizio, è stato dovuto ad una presa di coscienza individuale. La mia etica è cambiata. Ma perché accanto a questa c’è stata anche una presa di coscienza politica e ambientale (l’antispecismo appunto). Quindi sì, ritengo che essere vegano sia eticamente più giusto che essere onnivoro, ma credo anche che farne un discorso di sola etica non sia una strategia vincente.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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