Per un’egemonia altro-europeista (eravamo nel 2008)

Questo è un post che scrissi nel 2008, quando ero in Attac, pochi giorni prima del referendum irlandese sulla ratifica del Trattato di Lisbona che rendeva prevedibile quanto sta accadendo oggi con la Grecia. Per questo lo ripropongo

lisbona-TrattatoGiovedì prossimo l’Irlanda andrà al voto nel referendum che chiama i cittadini a pronunciarsi sul ratificare o meno il Trattato di Lisbona.

Il voto acquista una valenza particolarmente importante in quanto l’Irlanda è l’unico Paese che – andando contro lo scarso sentimento democratico dell’Unione Europea – ha deciso di percorrere la strada del referendum piuttosto che della ratifica parlamentare – cosa che faranno invece gli altri 26 stati membri. Valenza ancora più importante se si pensa alla necessità che il Trattato sia approvato da tutti i Paesi membri.

Referendum fondamentale in quanto, attorno alla ratifica del Trattato di Lisbona, si gioca anche una buona fetta di credibilità dall’Unione Europea e della sua direzione politica. Credibilità già ampiamente minata a suo tempo dalla bocciatura del Trattato Costituzionale Europeo da parte di francesi e olandesi – che furono anche loro chiamati ad esprimersi tramite referendum – e di cui l’attuale testo rappresenta una mera semplificazione.

Semplificazione che tuttavia colpisce solo la forma, lasciando invariati i contenuti.

I contenuti sono quelli che gettano le basi per un’Europa apertamente neo-liberista, nella quale il principio ordinatore è l’«economia sociale di mercato fortemente competitiva» (art.2 TUE) con la quale – nonostante il gioco di parole possa ingannare – con sociale non si intende un’economia di mercato con finalità sociali, ma una società di mercato autosufficiente, dove l’eventuale benessere sociali discende dal funzionamento del mercato. Ben lontano quindi dalle richieste emerse nel corso degli anni di un’Europa che si fondasse su presupposti più apertamente sociali e solidali, aperta alla partecipazione dei cittadini e a favore di politiche del lavoro lo configurassero come diritto universalmente garantito con le annesse tutele.

Nulla di tutto ciò sta invece avvenendo.

La possibilità di ratificare lo stesso Trattato di Lisbona in Parlamento, senza consultare i cittadini, già di per sé la dice lunga di quale strada si stia decidendo di percorrere.

È, anche se è vero che la nostra Costituzione non prevede referendum sulla ratifica di decisioni prese in sedi comunitarie, nessuno avrebbe potuto escludere un’ampia discussione su quanto, anche il nostro Parlamento, si appresta a fare.

Il silenzio di quasi tutti i mezzi di comunicazione evidentemente lascia credere che una discussione in merito nessuno, né la maggioranza, né, tanto meno, l’opposizione, la vogliano neanche accennare.

E come dar loro torto. I tratti disegnati dal Trattato di Lisbona sono lontani anni luce dai diritti elementari sanciti dalla nostra stessa Costituzione. Proprio in merito al rapporto tra Trattato e Costituzione Italiana, molti sono i motivi di conflitto. Ad iniziare proprio dalle radici fondative più su accennate. Infatti, dove il Trattato fa discendere il benessere sociale dal mercato, la nostra Costituzione, assume come principio fondamentale l’eguaglianza sostanziale, ovvero una prospettiva nella quale la Repubblica ha il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, c.2).

Ma molti altri sarebbero i punti di tensione fra Costituzione e Trattato: dal rispetto tout court della democrazia, alla tutela dei diritti sociali e le limitazioni alle libertà economica, fino al principio di ripudio della guerra.

Probabilmente, altro motivo per cui il silenzio fatto attorno al Trattato è assordante, sta nelle scelte promosse in merito alle politiche del lavoro che trovano ampio anche riscontro nel dibattito in corso nel nostro Paese. L’attacco ai diritti dei lavoratori, anche ai più elementari e infatti notevole. Anche in questo campo è l’economia di mercato che deve dettare le regole e il lavoro non deve essere altro che una merce per raggiungere il massimo profitto. Il lavoratore deve prestarsi a questo obiettivo e accettare che la sua forza lavoro è un bene – una delle tante materie prime che servono alla produzione – da scambiare sul mercato alle condizioni più vantaggiose possibile. Per lavorare bisogna essere flessibili e competitivi altrimenti si è fuori dal mercato e la disoccupazione è la conseguenza.

Molto di ciò è frutto della direttiva Bolkestein, di cui il Trattato è l’ennesima legittimazione. Direttiva Bolkestein che, proprio in questi mesi, sta ottenendo legittimazioni anche dalla Corte di Giustizia Europea che, attraverso le proprie sentenze, sta avvalorando anche quelle parti di cui, in sede di approvazione, si prevedevano revisioni. In particolar modo il fenomeno noto come dumping sociale. Si tratta in breve di un fenomeno prodotto quando, sempre nell’ambito dell’Unione Europea un’azienda di un Paese trasferisce i propri lavoratori all’estero pagandoli meno dei loro colleghi contrattualizzati da una società del posto. In particolare la Corte di Giustizia si è pronunciata su un contenzioso nato tra il governo regionale della Bassa Sassonia e una società polacca che, vincitrice di una appalto nella regione ha inviato propri lavoratori sul posto retribuendoli il 46,57 % del salario minimo previsto dal contratto collettivo vigente e che, la legge della Bassa Sassonia, prevede che tutte le imprese applichino ai propri lavoratori. La Corte, interrogato su questo ha affermato che le disposizioni regionali sul salario minimo non sono compatibili con la direttiva sui lavoratori distaccati e, quindi, che i salari possono essere differenziati.

Uno schiaffo per i lavoratori che dà l’idea di come l’Unione Europea, in merito alle politiche del lavoro, non punti ad un allargamento dei diritti anche in quei Paesi, specie dell’Est Europa, dove i sistemi di protezione sociale per i lavoratori sono praticamente inesistenti, ma al contrario incoraggi i Paesi dove quelle protezioni esistono ad eliminarle, in nome di una competitività tra lavoratori che gioverà solo al profitto di chi detiene i mezzi di produzioni.

Il tentativo che stanno facendo oggi in Italia confindustria e governo Berlusconi, con una certa complicità anche di larga parte del PD, per l’abolizione del contratto collettivo si inserisce perfettamente in questo solco. In tutto ciò i lavoratori sono come sempre tra l’incudine (la grande disponibilità di manodopera a basso costo che le imprese possono utilizzare) e il martello (la necessità per i lavoratori di difendere il proprio potere d’acquisto).

Per questo, oggi più che mai dobbiamo impegnarci per far si che in Italia come nel resto d’Europa si attivi un processo, prima di tutto informativo, sul Trattato, la sua natura e gli effetti che la sua ratifica porterà.

Non essendo presenti in Parlamento la nostra battaglia deve iniziare dalle strade e dai territori sapendo che solo un’ampia mobilitazione potrà incidere sulla ratifica o meno del Trattato di Lisbona.

In Parlamento, oggi, l’unico voto contrario annunciato è quello della Lega. Proprio per questo il nostro impegno e la nostra azione nella società deve essere ancora maggiore. Dobbiamo impegnarci nel produrre egemonia culturale, perché il messaggio che passi non sia quello leghista anti-europeista – che fomenti il razzismo nei confronti del lavoratori stranieri rei di “rubarci il lavoro” per via delle loro richieste economiche – loro malgrado – meno elevate e la pretesa di minori tutele –, ma il nostro, altro-europista – a favore di una ritrovata solidarietà tra lavoratori e un allargamento dei loro diritti nell’ambito dell’intera Unione Europea.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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