Diaz, tortura. Ciò che eravamo e ciò che siamo diventati

Stamattina ho acceso il pc. Accanto a me c’era una lista di cose da fare. Ho iniziato, ma dopo poco una mail mi ha portato ad altro. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per quella che, uno stesso poliziotto, definì la “macelleria messicana” della scuola Diaz. E la condanna non riguarda fattispecie generiche. No, riguarda un crimine ben preciso: la tortura! Un crimine che l’Italia, nonostante abbia ratificato la convenzione Onu nel lontano 1988, ancora non ha introdotto nel proprio codice penale.

Nella Diaz fu quello, fu tortura! Fu una violazione sistematica dei diritti umani.

All’epoca ero un ragazzino. Mi mancava un mese a compiere 18 anni. Ero piuttosto acerbo. Genova, quanto circolava lì, quello che sarebbe circolato negli anni successivi, il nutrirmi di tutte quelle idee mi hanno reso – nel bene o nel male – ciò che politicamente (e per lo più umanamente) sono. Oggi, mentre davanti al pc scrivevo e riflettevo da ufficio stampa di Antigone a questo pensavo.

Da qualche parte ho letto che siamo una generazione spezzata. Spezzata da quella violenza brutale e organizzata. Spezzata da quelle torture. Stefano Tassinari in un suo romanzo “I segni sulla pelle” si chiedeva se riusciremo mai a dimenticare tutto quello che avvenne al G8 senza dimenticare mai? Oggi posso dire che forse ci stiamo riuscendo. Forse la forza di questa nostra generazione sta proprio qui. Se siamo stati spezzati lo abbiamo dimenticato, ci siamo rimessi in piedi perché inutile far finta, questo mondo vogliamo cambiarlo. Ma al contempo non abbiamo dimenticato. Non abbiamo dimenticato quella violenza e quella brutalità. Non abbiamo dimenticato quelle torture.

Oggi siamo qui, più in piedi che mai.

g8-genova-2001

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Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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