John Elkann, ci riprenderemo ciò che è nostro

John ElkannLe frasi di ieri di John Elkann non hanno nulla di strano né di anomalo. Sono farsi pronunciate da chi, nella vita, non ha mai dovuto preoccuparsi di una rata che scade, di un contratto che finisce, delle voci sul fatto che la propria azienda possa trasferirsi all’estero lasciandoti senza lavoro. E’ una vita fatta di benessere, agio. Quel benessere e agio che possiede l’1% della popolazione mondiale rispetto a quel 99% che siamo tutti noi.
E’ il capitalismo bellezza, verrebbe da dire. Ed infatti è proprio questo il capitalismo. Un sistema che accentra ricchezza nelle mani di pochi, sparge un po’ di benessere qui e là, affama gran parte degli abitanti del pianeta. Un sistema nel quale chi fa parte di quell’1% sguazza. Un sistema che arrivato ad un certo punto però non garantiva abbastanza ricchezza a quei pochi. Così attraverso accordi internazionali, come quelli sul libero scambio e libero commercio, ha dato la possibilità a merci e capitali di girare liberamente per il globo. Il concentramento di ricchezze e la disuguaglianza ha così potuto crescere esponenzialmente. John Elkann fa parte di quell’1% e in questo sistema sguazza, come dimostra la recente FCA, con sede legale in Olanda e fiscale in Gran Bretagna, alla ricerca di meno tasse per accrescere la ricchezza degli azionisti. Ma lo ha dimostrato anche la Fiat in passato con la sua produzione trasferita in Polonia o Croazia.
Qui tornerebbe utile il concetto di plusvalore di tale Karl Marx. Si cerca il luogo dove il rapporto tra produzione e costo produca il maggiore plusvalore possibile, tutto a beneficio di Elkann e dell’1% di cui lui fa parte.

Ma c’è un’altra cosa che quell’1% non vuole e non può capire. Non sbaglia John Elkann quando dice che «il lavoro c’è ma i giovani non sono così determinati a cercarlo». Quando dice «se guardo a molte iniziative che ci sono, non vedo in loro la voglia di cogliere queste opportunità perché da un lato non c’è una situazione di bisogno oppure non c’è l’ambizione a fare certe cose» aggiungendo che «ci sono tantissimi lavori nel settore alberghiero, ma i giovani o stanno bene a casa o non hanno ambizione».
Non sbaglia perché a quell’1% non è mai toccato e mai toccherà stare tutto il giorno a girare su internet spulciando annunci di lavoro. Non è mai toccato entrare in negozi, bar, alberghi, curriculum alla mano per chiedere se serva qualcuno. Non è mai toccato girare per agenzie interinali. Non è mai toccato togliere la propria laurea per non sentirsi dire di essere troppo qualificati per fare il commesso o il cameriere.
Nella propria arroganza, nel proprio benessere, quell’1% ha perso completamente l’attinenza con il mondo reale. Sono convinto che Elkann pensasse le cose che ha detto. Sono convinto che lui sia certo che il problema sia dei giovani che non vogliono cogliere le occasioni. Sono convinto che lo pensi nonostante la sua Fiat, ora FCA, non faccia altro che licenziare da anni.

Sono marxista e sono fiero di esserlo ogni volta che sento parlare uno come John Elkann. Perché è lui – e quell’1% che accentra risorse che basterebbero per tutti – quello da combattere. Negli anni in cui sono stato in Attac Italia c’era una frase che tornava spesso e che fu sulle tessere: “Riprendiamoci ciò che è nostro”. Ecco, riprendiamoci ciò che è nostro. Le ricchezze si, ma anche la dignità calpestata.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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