In carcere. Il carcere

carcere velletriIeri pomeriggio, per la prima volta nella mia vita, sono entrato in un carcere. E’ quello di Velletri, dove siamo stati a raccogliere – tra i detenuti – le firme per i 12 Referendum Radicali su Giustizia e Diritti. Cosa aspettarmi non lo sapevo. Per me che provo ad immaginarmi sempre le più diverse situazioni, stavolta era difficile pensare ogni cosa.

Il cielo era scuro. Siamo arrivati e tutt’intorno regnava il più totale silenzio. Abbiamo consegnato i documenti per il riconoscimento e lasciato i nostri telefonini. Ci siamo poi avviati, scortati da due guardie penitenziarie verso un edificio di fronte a noi, dopo aver attraversato il giardino. Edificio lungo 30 metri e stretto tra due cancelli pesanti. Ho pensato – io che lo stavo attraversando a piedi in un corridoio proprio al fianco della strada – a come si debba sentire chi da lì entra in carcere, magari per restarci anni. Abbiamo attraversato un altro cortile e siamo entrati nell’edificio che ospita i detenuti. Ad attenderci avevamo tre banchi dove sederci in cinque. A bracci hanno cominciato ad avvicendarsi davanti a noi gli ospiti del carcere. Visi, corpi che, piuttosto velocemente, ti trovavi ad osservare. Eppure il tempo per chiederti quale fosse il motivo per cui fossero lì ce l’avevi. Come nel caso di un signore del 1934 che a guardarlo in faccia poteva sembrare uno dei tanti nonni che quotidianamente vedi in giro. Eppure se a 79 anni sei ancora recluso il reato non può essere uno di quelli leggeri. Altre volte il motivo veniva fuori, come nel caso di un ragazzo con la tuta della Roma del 1992 che, mentre gli spiegavo i vari quesiti, arrivati a quello sulle droghe, per la depenalizzazione dei fatti di lieve entità, mi ha chiesto se ci fosse qualcosa per la rapina. Avrei voluto chiedergli da dove venisse, da che famiglia, perché un ragazzo di 21 anni è in carcere per rapina e chissà da quanto e per quanto ancora? Domanda che mi sono posto anche dinanzi ad un altro ragazzo, stavolta del 1990. Mentre gli altri attorno a noi firmavano, sentendo le spiegazioni, era particolarmente interessato al quesito sull’abolizione della pena dell’ergastolo. Arrivatici noi ha messo una firma più grande di quelle apposte sugli altri quesiti. Il perché lo ho capito solo quando il ragazzo dopo mi ha detto che il suo predecessore era così interessato perché condannato alla fine pena mai per omicidio. Ci siamo salutati e il mio sorriso era amaro, vacuo. L’abolizione dell’ergastolo era uno di quei referendum che mi aveva convinto a buttarmi in questa raccolta. Pensare che lo Stato, io, abbiamo deciso che un ragazzo di 23 anni non potrà mai più essere adatto a tornare nella società mi fa sentire tutto il fallimento di ciò che abbiamo costruito. Perché, per dirla alla De Andrè, “se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. E questo mondo, io, come tutti gli altri, abbiamo contribuito a costruirlo con il bello che ha, ma anche con il tanto brutto in cui spesso, qualcuno, ci si trova. E mi tengo questo peso anche se io per primo sono uno di quelli che, questo mondo, lo vuole cambiare con tutte le sue forze ed energie.
Mentre aspettavamo che arrivassero i reclusi di un altro settore ha iniziato a piovere e l’odore della terra bagnata si è fatto penetrante. Accompagnato da quell’irreale silenzio era come se il tempo si fosse sospeso. Del resto in carcere, la sensazione che ho avuto io, era proprio questa. Nessuno aveva fretta. Non i detenuti, non le guardie penitenziarie. Il tempo è un fattore relativo e questa, forse, è la cosa che più mi ha turbato.

Finito ci siamo spostati nell’edificio nuovo per raccogliere altre firme. Lungo il corridoio camminavamo tra due agenti che aprivano e chiudevano la nostra piccola fila. Anche qui il silenzio era forte per un luogo dove solo i carcerati sono più di 600. Silenzio rotto dal rumore delle chiavi dei cancelli che sbattevano lungo il fianco di uno dei due. Anche qui i carcerati sfilavano davanti a noi ordinati. L’ultima firma della giornata la abbiamo presa io assieme all’altro ragazzo con cui ho vissuto questa lunga campagna. Non so se sapesse di essere l’ultimo, ma l’uomo ha chiesto al mio accompagnatore se la sera sarebbe andato a cena. “Allora beviti un bicchiere di vino rosso e salutami Roma” è stata la sua richiesta.
Siamo usciti. Abbiamo salutato gli agenti, gentili e disponibili. Il tempo ha ricominciato a scorrere.

Non sapevo cosa aspettarmi ma per me il carcere è questo: odori, silenzi, rumori, visi e… umanità.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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