Liberazione?

festa liberazione carneAlcuni giorni tra le varie notifiche trovate su facebook c’è anche quella di un compagno che mi invita a partecipare alla festa di Liberazione che inizierà domani a Nettuno. C’è però qualcosa che colpisce subito il mio sguardo e provoca in me un certo turbamento: la falce e martello.
No, non sono un machartista né tantomeno un liquidazionista. Rifondazione è il partito in cui ho militato 10 anni, con anche alcuni incarichi dirigenziali e se ho deciso di lasciarlo non è certo per questioni legate al simbolo o a presunti bisogni di rinnovamento “perché il ‘900 è finito”.
Quello che mi ha turbato è stato il fatto che la falce e martello sia composta da salsicce, ovvero da animali allevati e uccisi per diventare cibo.
So bene che non sempre la sinistra è ricettiva sulle nuove sensibilità emergenti, neanche quando dietro a queste si nascondono terreni di lotta e pratica politica. Fu così anche negli anni ’70 con le battaglie per i diritti civili di cui furono i Radicali di Marco Pannella i veri locomotori (interessante il libro “Marco Pannella. A sinistra del PCI” di Kaos Edizioni).
Quello dell’animalismo poi è un terreno non semplice. Spesso considerato elitario (chissà in quanti avendo letto di animali allevati e uccisi per diventare cibo avranno pensato “eccolo, è arrivato il solito animalista”). Una considerazione che ovviamente non condivido, ma su cui sarei disposto a discutere. Non lo condivido proprio per ciò che oggi l’animalismo rappresenta. Lungi dall’essere solo un’opzione etica (che comunque non può non essere fortemente presente), interroga direttamente la sostenibilità del sistema economico/ambientale/sociale conducendo fino a mettere sotto accusa lo stesso sistema capitalista e neoliberista.
In una fase storica dove la globalizzazione economica aumenta le disuguaglianze tra aree geografiche micro e macro, l’industria della carne è tutto, tranne che l’eccezione. Eppure, questo tema, assieme a quello ambientalista, trovano sempre poco spazio di discussione in seno ai partiti di sinistra. Viceversa si parla spesso (e per fortuna!) di immigrazione, lavoro, ultimamente erosione del suolo e acqua bene comune, senza considerare che questi sono temi i cui collegamenti con l’animalismo (e di conseguenza l’ambientalismo) sono sempre più profondi.
Verrebbe da chiedersi ad esempio quanti di quei migranti che fuggono da una situazione di povertà e di fame siano in questo stato anche a causa dell’industria della carne a cui è destinata una grande fetta della produzione di cereali del pianeta. Da un lato espropriazione agricola in cambio di una produzione industriale della quale a loro non tornerà nulla. A questa migrazione tuttavia se ne somma un’altra. Se infatti è vero come è vero che il numero di profughi per ragioni ambientali nel 1999 ha superato per la prima volta quello per le guerre, è altrettanto vero che anche sulle questioni ambientali l’industria della carne è colpevole. La produzione di cereali richiede infatti sempre più terreni, il che da una parte provoca una continua deforestazione – ciò che accade in Amazzonia è sotto gli occhi di tutti, dall’altra la desertificazione di vaste aree della terra. Senza contare il pesante impatto che gli allevamenti intensivi hanno sui cambiamenti climatici causati dalla crescita dell’effetto serra. «La Fao in un suo citatissimo rapporto del 2006 (Livestock’s long shadow”) stima che la zootecnica sia responsabile di circa il 18% delle emissioni di gas serra, una quota maggiore di quella dovuta ai trasporti. In particolare sarebbe responsabile del 37% del totale delle emissioni di metano, del 65% di quelle di ossido di azoto, del 68% delle emissioni totali di ammoniaca. Jeff Anhang e Robert Goodland in uno studio commissionato da altre due agenzie delle Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l’International Finance Corporation, stimano che l’incidenza degli allevamenti sull’effetto serra non sia del 18 ma del 51%» (Restiamo Animali. Vivere vegan è una questione di giustizia, Terre di Mezzo Editore). O ancora l’allevamento intensivo di animali è responsabile dell’inquinamento dei suoli e delle falde acquifere, nonché dell’impoverimento di queste ultime, quando le acque dolci sono in rapido esaurimento (per un chilo di carne servono 15.000 litri di acqua, per un chilo di grano ne bastano mille). Quanto si parla di diritto all’acqua – è in Rifondazione lo si è fatto – non si può ignorare il fatto che, per avere a tavola quelle salsicce che compongono la falce e martello, a qualcuno questo diritto (come quello all’accesso al cibo) viene negato.
Temi tutt’altro che da sottovalutare, poiché è da questa industria che nascono tante delle disuguaglianze che oggi i partiti di sinistra (comunisti o meno) denunciano e che vorrebbero superare.
Ma c’è anche altro che rende stonata la scelta “grafica”. Qualcosa cui forse la sinistra è più attenta. Ad esempio il fatto che dietro quanto detto, dietro lo sfruttamento animale (animali definiti “da reddito”, nome che già di per sé li sacrifica sull’altare del mercato e del profitto, il cui processo dalla vita al banco del macellaio è detto “ciclo di produzione della carne”) e dietro alla sfruttamento dei lavoratori che ogni giorno uccidono centinaia di esseri viventi lungo la catena di smontaggio dei mattatoi (il tasso di sostituzione in questo lavoro è altissimo) ci sono i profitti di pochi. «Gli utili della Smithfield (una delle più grandi multinazionali americane del settore, ndr) fanno impressione – il fatturato dell’azienda nel 2007 è stato di dodici miliardi di dollari – fino a che ci si rende conto dei costi che esternalizzano: l’inquinamento provocato dalla merda, certo, ma anche le malattie causate da questo inquinamento e il relativo degrado del valore delle proprietà (tanto per citare solo le due esternalizzazioni più evidenti). Senza trasferire questi e altri oneri alla sfera pubblica, la Smithfield non sarebbe in grado di produrre tutta la carne a basso costo che produce senza fallire. Come per tutti gli allevamenti intensivi, l’illusione della redditività e dell’”efficineza” della Smithfield si basa sull’immensa portata del saccheggio che l’azienda mette in atto» (Se niente importa, Jonathan Safran Foer, Guanda).

Questa è l’industria della carne e questo è quanto ha richiamato in me la visione di quella falce e martello costruita in quel modo, fino ad arrivare a sembrarmi un folle ossimoro.
Non mi aspetto che queste mie poche righe portino a cambiare il manifesto. Né che consiglino di eliminare la carne dal menù o introdurne, al fianco, uno vegetariano. In questo la penso come Guadagnucci che nel suo libro, citato poco più su, raccontando di uno dei tanti episodi avvenuti durante una festa di Sel dice: «…inserire l’opzione vegetariana al ristorante della festa non ha alcun valore etico e politico. Non testimonia convincimenti profondi, né una proposta di cambiamento e nemmeno una particolare sensibilità per le minoranze etiche: è una semplice operazione commerciale, la stessa compiuta da tanti ristoranti qualunque. Le persone che non mangiano animali sono ormai una quota significativa della popolazione e tenerne conto è un buon modo per stare sul mercato: si tratta di diversificare l’offerta per allargare il target. Punto».
Spero invece che quanto scritto sia da stimolo per aprire un dibattito. Da marxista credo che l’unica arma rimasta contro il pensiero unico neoliberista sia l’analisi critica del presente. Eppure, forse qui sì per elitarismo antropocentrista, o forse solo per “tradizione”, sfuggono ampi terreni di analisi. Recuperarli credo sia fondamentale, ancor di più per chi si richiami alla “Liberazione”, visto che tante altre liberazioni sono da conquistare, non per ultima quella animale, affrancandoli dal loro essere semplice merce.

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Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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2 risposte a Liberazione?

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