Da quest’altra parte

Ieri leggo su facebook che davanti alla Menarini di Pomezia c’era un presidio animalista. L’azienda farmaceutica aveva infatti acquistato 8 beagle dal Belgio e fatti arrivare in Italia per utilizzarli a fini di sperimentazione.

Finito di pranzare decido di andare per seguire la cosa da giornalista (ancor prima che da animalista). Saranno state le 3 (p.m).

Quando arrivo davanti alla fabbrica, a circa 60 metri dal cancello, c’è un gruppo di persone. Nove, dieci. Più donne che uomini.
Mi avvicino ad una ragazza e gli chiedo informazioni. Il presidio era stato creato per impedire – in qualche modo – all’azienda di portare dentro gli 8 cuccioli. Ma nella mattinata, nonostante tutto, i beagle erano stati introdotti nella fabbrica.
Non per questo il presidio si era sciolto. Anzi.

Ieri pomeriggio arriva un tempestivo comunicato al giornale. Lo leggo stamattina.

«Cappucci (CGIL): “Animalisti manifestano davanti alla Menarini di Pomezia aggredendo i dipendenti. Inaccettabile la violenza contro chi lavora”

“Ci lascia sgomenti quello che sta succedendo davanti allo stabilimento Menarini di Pomezia – dichiara Giuseppe Cappucci, Segretario Generale della CGIL Roma Sud-Pomezia-Castelli – Qui, da alcuni giorni, un gruppo di animalisti sta protestando contro i metodi di ricerca e di utilizzo degli animali adottati dall’azienda in questione. Una manifestazione di dissenso più che legittima, quello che non è accettabile è invece l’atteggiamento violento espresso oggi dai manifestanti contro i lavoratori della Menarini, che sono stati oggetto di aggressioni verbali, insulti, danneggiamenti delle proprie auto e, sembra, anche di aggressioni fisiche. Inoltre i lavoratori hanno difficoltà e timore ad uscire dalla fabbrica a causa dei disordini, tanto che è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine”.

“Pur difendendo la libertà di manifestare del gruppo di animalisti, penso che la protesta debba essere sempre civile e non violenta – continua Cappucci – E’ vergognoso l’attacco contro i dipendenti Menarini che sono nello stabilimento a svolgere il proprio lavoro per guadagnarsi lo stipendio, senza essere tra l’altro responsabili delle politiche dell’azienda in fatto di ricerca e test. Di certo non è questa la strada per difendere i diritti degli animali, senza rispettare i diritti e la sicurezza dei lavoratori”».

Mi sorprende la tempestività. Così come mi sorprende il fatto di non aver visto Cappucci nei dintorni della Menarini. Io invece c’ero, ed ecco cosa ho visto.

Uscendo con le loro macchine dalla Menarini alcuni dei lavoratori venivano apostrofati in vari modi. La parola più gettonata era “vergogna“. Poi c’era qualche “assassini” e pochi “bastardi“.

Le macchine tuttavia venivano lasciate passare senza difficoltà. Nessun lavoratore veniva fermato. Nè tantomeno nessuna auto veniva danneggiata. Tutto procedeva tranquillamente. Tant’è che i poliziotti presenti erano solo quattro. Tutti senza divisa, ma con i distintivi bene in vista.
Ad un certo punto da una delle macchine sono scese due persone – probabilmente non ci sono stati a sentirsi apostrofati – e sono andati contro ad alcuni degli attivisti. Lì è scoppiato il parapiglia. I poliziotti presenti, assieme ad un paio di attiviste, hanno separato i contendenti. Da dietro il cancello della fabbrica altri lavoratori hanno cominciato ad urlare qualcosa contro i manifestanti che gli sono corsi contro. Qualche momento di forte tensione, qualche spinta reciproca, poi le guardie giurate dell’azienda, assieme alle forze dell’ordine, hanno chiuso i cancelli. Da una parte e dall’altra sono volati insulti. Una manifestante dice di aver ricevuto uno schiaffo e ha sporto denuncia. Dalla parte dove stavo io, quello che sono riuscito a vedere, è stato solo uno sputo di un lavoratore contro un animalista.

presidio menarini
A quel punto, con gli animi caldi e il presidio che andava ingrandendosi con l’arrivo di tutte quelle persone che staccando da lavoro erano arrivate lì invece di andarsene a casa, per i lavoratori era impossibile uscire senza incorrere nella – giusta, a mio avviso – rabbia dei manifestanti. Rabbia rivolta non contro tutti, ma 5-6 persone che, più di altre, si erano distinte.
Così è stato chiamato un reparto mobile. Oltre venti poliziotti più qualche carabiniere per circa 30-40 manifestanti. Arriva la democrazia ho pensato. Poco giornalistico, vero. Ma nel frattempo il mio lato professionale aveva lasciato posto a quello che politicamente ed eticamente ritengo giusto.
Il vantaggio di non avere un padrone e neanche un euro, vero, ma ancora una dignità.

polizei
Un dirigente (credo fosse un dirigente) della Menarini, rimasto fuori tutto il tempo – e guarda caso non aggredito – si è messo a discutere con alcuni degli animalisti.
Poi è stata la volta dei dirigenti della polizia e, dopo cinque minuti scarsi, i manifestanti hanno accettato di spostarsi sulla via del mare, dall’altro lato della strada rispetto all’imbocco della via dove si trova lo stabilimento dell’azienda farmaceutica.
Una incredibile celerità per dei così pericolosi facinorosi.

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E, già alle cinque e dieci, quando sono andato via io per un altro impegno, alcuni dei lavoratori erano usciti senza problemi. Come lo so? Semplice, due di loro, passando dietro al presidio, nel parcheggio dello store “Pratiko” hanno urlato “andate a lavorare“. Uno dei gridi più in voga tra i dipendenti della “Menarini” nei momenti più caldi della protesta.

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Finito il racconto di quello che ho visto io, mi lascio andare a qualche riflessione sorta mentre ero lì e in me montava una certa rabbia.
Delle cose che studiavo non molte mi sono rimaste impresse così a fondo. Del resto l’università italiana non serve a farti apprendere. Con 40 esami in tre anni sarebbe impossibile. Eppure ci sono passaggi che mi si sono fissati nella mente.
Non ricordo l’esame in questione, forse psicologia sociale, forse sociologia.
Fatto sta che si parlava di nazismo e di sterminio degli ebrei.
Nel comunicato stampa di Pino Cappucci c’è un passaggio che mi riporta a quanto studiato: “E’ vergognoso l’attacco contro i dipendenti Menarini che sono nello stabilimento a svolgere il proprio lavoro per guadagnarsi lo stipendio, senza essere tra l’altro responsabili delle politiche dell’azienda in fatto di ricerca e test.”
Che male facevano i soldati che uccidevano milioni di ebrei, zingari, comunisti, omosessuali…? E quei lavoratori che alimentavano i forni crematori?
Avranno avuto una famiglia, uno stipendio da portare a casa. E poi era il Capo di Stato, i Ministri, i dirigenti, a dargli queste indicazioni.
Quel passaggio di quell’esame parlava proprio di questo: della propria etica. A volte si possono trovare giustificazioni per le azioni che si compiono, come il fatto che si sia solo degli esecutori e non dei decisori. Che quello che si fa è solo il proprio lavoro.
Lavorare in un’azienda dove si sperimenta su animali così come lavorare per un governo che ti impone di massacrare decina di migliaia di persone.
Se il lavoro viene prima di ogni etica, allora perché non essere favorevoli alla Tav?, al nucleare?, danno posti di lavoro. Perché non consentire all’Ilva di Taranto di continuare a devastare quel poco che resta da devastare?
Certo, idealismo. E io ne sono pregno. Infatti, nonostante il mio lavoro sporadico, precario e sottopagato, quando mando curricula salto di netto aziende di questo tipo.
E non mi lamento neanche del fatto che molti lavoratori non ne abbiano. E non accuserei mai un soldato di aver sganciato una bomba su un matrimonio ammazzando decine di innocenti. E solo la fine di una catena di comando. Lui lavora. E a casa ha una famiglia ad aspettare lui e il suo stipendio, guadagnato con fatica.
Non mi stupisce neanche che non lo abbia più il sindacato. Né che non abbia un’idea organica di società che, volesse dio (che detto da un ateo suona quanto meno particolare), lo porterà all’estinzione. Non capisce più che a certa “sinistra”, che quel sindacato vorrebbe rappresentare, non interessa solo il tema del lavoro, ma ce ne sono tanti altri: l’ambiente in primo luogo.
Leggendo “l’impossibile capitalismo verde” di Daniel Tanuro (libro che consiglio) un passaggio fondamentale era quello dove si diceva che la sinistra (marxista e non) deve uscire una volta per tutte dall’ottica del produttivismo.
Purtroppo, certi organismi, poveri – quando non privi – di analisi, non ci arriveranno mai.
E continueranno a difendere quei pochi lavoratori a tempo indeterminato che ancora restano, fino a quando la loro azienda non deciderà di andarsene in Cina o in India, perché non solo più convenienti ma, a breve, più evolute tecnologicamente, lasciando a casa quegli stessi lavoratori.
Tanti altri, come me e come molti degli animalisti che erano lì fuori ieri, si accontentano di essere quello che sono considerati: dei nemici (nel mio caso di classe) del sindacato.

Ah, il presidio sta continuando. Pubblicato il post mi vesto, prendo la mia bici e ci vado. Non da giornalista. Da libero.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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3 risposte a Da quest’altra parte

  1. Andrea ha detto:

    Veramente c’è un video (che se riesco posto,) che dimostra come l’auto di una dipendente sia stata bloccata e segnata sulla fiancata…

    • andrij83 ha detto:

      Andrea, il video si riferisce ad un’altra manifestazione alla quale non c’ero e di cui non posso quindi dire nulla, non a quella cui si riferisce il mio post e il comunicato di Cappucci, dove atti di questo tipo non ci sono stati.

  2. Pingback: E’ un fatto di etica… | (in)fausti pensieri

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