Azzardo

The Gambler“Rischio, cimento: esporre all’ala vitala propria fortunamettersi all’adi perdere ogni cosa; atto temerario, pericoloso: fu un bell’ail suodi entrare disarmato in quel covo di malviventi”. (Treccani.it)

E’ questa la definizione di azzardo che dà il vocabolario della lingua italiana alla seconda voce. La prima invece parla di gioco d’azzardo. E, anche in questo caso, sempre di rischio si parla.

In un periodo di grave crisi economica come il nostro, sempre più persone, persa ogni speranza di trovare nel lavoro un miglioramento della propria condizione di vita, decidono di azzardare. “Io speriamo che me la cavo“. E’ questo il vecchio adagio che – in periodi di difficoltà, soprattutto in una società atomizzata come la nostra – guida l’agire.
Quando la comunità viene meno e resta l’individuo, con il suo bagaglio di problemi, di privazioni, è da soli che ci si deve tirare fuori da queste situazioni.
E, in una società che fa del denaro la principale fonte per il soddisfacimento dei propri bisogni, si provano tutte le strade per averne.

Una di queste strade – soprattutto perché associate all’idea di gioco – sono le scommesse. Spesso, senza accorgersene, questo giocare diventa qualcosa di compulsivo, di cui non si può fare a meno. Se si vince si continua a giocare perché è dimostrato che si può guadagnare. Se si perde si continua perché la fortuna prima o poi girerà anche dalla propria parte.

Fatto sta che in Italia questa sta diventando una malattia sempre più generalizzata. Difficile trovare qualcuno che non abbia mai messo un euro dentro un videopoker o qualche altra macchinetta di questo tipo; qualcuno che non abbia mai scommesso su calcio o altro; qualcuno che non giochi a poker (anzi, Texas Hold’em, on-line).
In più, a confermare quanto dicevo poco più su sulla portata sociale del fenomeno, c’è anche uno studio de “lavoce.info” secondo cui le fasce più poveri della popolazione spendono circa il 3% del loro reddito nel gioco, mentre le più ricche malapena l’1%

Nel nostro Paese si è provato a correre ai ripari in qualche modo con il Decreto Balduzzi (Ministro della sanità nel Governo Monti). Ma come sempre avviene in Italia, tramite alcuni emendamenti, la portata rivoluzionaria di questo atto (rivoluzionaria perché per primo ha posto l’accento su questa nuova dipendenza) è stata di molto affievolita.
Ed è normale. Un giro di affari di così tanti miliardi di euro fa presto a creare una lobby in grado di influenzare le scelte di diversi Parlamentari.
Se poi ci si mette il guadagno che lo Stato si garantisce con le entrate fiscali, il cerchio si stringe. La stessa Ragioneria Generale dello Stato – all’epoca dell’approvazione del Decreto Balduzzi, che conteneva anche una proroga ai termini per l’apertura di sale da poker dal vivo – disse che tale slittamento sarebbe stato oneroso per lo Stato in termine di minori entrate fiscali.

Se riprendo questo tema è perché lo ho trattato (assieme ad un’altra collega…) sull’ultimo numero di “Tempi Nuovi“, giornale locale di Pomezia e Ardea che non disdegna l’approfondimento di questi temi (link, speciale a pagina 12-13).

In quello speciale si affrontava il tema del gioco d’azzardo patologico: Gambling, questo il termine che si usa per questa dipendenza. Si segnalava una circolare della ASL affinché – proprio a seguito del Decreto Balduzzi – venissero esposti, nelle sale da gioco e nei bar che contengono videopoker o affini, dei volantini che mettessero in guardia le persone dai possibili rischi derivanti dal gioco compulsivo, con tutti i riferimenti per uscire da questa problematica. Infine, una breve intervista al medico del Ser.T., servizio che si prende cura di queste persone.

C’era un’altra notizia, letta in quei giorni e passata sotto il più completo silenzio, trattata da “Terre di Mezzo – Street magazine” (link), che nello speciale non siamo riusciti a riportare: quella sulla beneficenza “compulsiva”. In pratica si tratta dell’idea della Snai – società leader in Italia per la gestione delle scommesse sportive e ippiche – che offrirà agli scommettitori la possibilità decidere, a ogni giocata, a quale progetto benefico la società dovrà devolvere il budget stanziato a tale scopo. Insomma, più si gioca, più si può favorire questa o quella Associazione. Una cosa buona si penserà? Certo, se non fosse altro che questo modo di fare beneficenza, nasconde ancor di più la pericolosità del gioco d’azzardo. Pensiamo se la stessa cosa fosse successa con le sigarette: «per ogni pacchetto di Malboro, voti per decidere quale progetto di beneficenza la Philip Morris sosterrà!». Immagino che si sarebbe quantomeno discusso sull’opportunità di tale iniziativa.

«Con la scusa del fine buono, ancora una volta, si passa sotto silenzio il “mezzo discutibile”. E i bambini di Moshono si troveranno a giocare in un campo regalato loro da chi con l’azzardo ha magari perso il sorriso, oltre alla famiglia e, in più di un caso, il lavoro. Più che una fatina in questo caso sembra di trovarsi di fronte a quella strega, che con una mela avvelenata voleva farsi bella, a spese di Biancaneve» si chiude l’articolo del Magazine.

A fronte di tutto questo non sorprendono quindi alcuni dati emersi lunedì (link al Corriere.it), da un comunicato stampa di Netmediacom che riporta i risultati di uno studio del portale Netbetcasino.it secondo cui «abbiamo meno dell’uno per cento della popolazione mondiale e il 22 per cento del mercato globale dei giochi online». Nel 2012 abbiamo speso 15 miliardi e 406 milioni, i francesi 9 miliardi 408 milioni, gli inglesi (inventori delle scommesse) circa 3 miliardi e gli spagnoli 2 miliardi 354 milioni. L’articolo del Corriere fa un’analisi molto puntuale di questo fenomeno che si accompagna a dati preoccupanti, primo fra tutti l’impoverimento del nostro Paese negli ultimi 10 anni. Da una parte scendono i redditi, dall’altra si alzano le cifre giocate nelle scommesse. E qui si torna al punto di partenza di questo post. Ma ci sono altri dati riportati nell’articolo come il record di abbandoni scolastici e universitari o il fatto che l’Italia sia in Europa uno dei Paesi con la minor propensione all’uso dell’informatica.
E in questo caso le fortune perse dagli Italiani non tornano indietro neanche in termini di tasse. Infatti sul gioco on-line il carico fiscale è dello 0,6%.

Un affare in cui anche l’alta finanza è entrata, con banche che controllano direttamente o indirettamente pacchetti azionari di alcune di queste società.

Insomma, il gioco d’azzardo conviene a pochi e fa male a molti. Di sicuro alle circa 800mila persone che alcune stime indicano come dipendenti da gioco d’azzardo e ai quasi 2milioni di giocatori a rischio.
E’ una fotografia – preoccupante – del nostro tempo e della nostra società.
Eppure, nonostante il fenomeno sia così impattante, c’è un certo disinteresse collettivo nel parlarne. Aspetteremo tempi migliori per farlo, in un Paese culturalmente capace di tali discussioni, come l’Italia non lo è più da tempo. Nel frattempo, “io speriamo che me la cavo” e che non inizi a giocare.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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