Isabella e Riccardo, 34 anni

Due cose accomunano Isabella e Riccardo. Entrambi avevano 34 anni. Entrambi non andranno oltre quell’età. Infatti, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, entrambi sono morti.

Un’altra cosa però li accomuna. Entrambi li conoscevo.

Isabella era una conoscenza recente e superficiale. Lei lavorava nel bar che si trova davanti all’ufficio nel quale lavoro io. Per mesi ho preso caffé da lei. Poi un giorno, chiacchierando, venne fuori che lei era di Torvaianica e io di Pomezia.
Mi raccontò dei suoi quattro figli, tutti molto piccoli. E di come il più grande – mi pare di 12 anni – si prendesse un po’ cura degli altri. Lei stava fuori tutto il giorno. Usciva la mattina presto e, salvo alcuni casi in cui riusciva a liberarsi per le 15, tornava a casa che era già ora di cena. Le chiesi se non le pesava arrivare così lontano. Io infatti andavo a lavoro in macchina, lei con i mezzi pubblici. E Torvaianica, anche se a soli sette chilometri da Pomezia, è di certo peggio collegata. Lei mi rispose che aveva scelto di lavorare lì, che gestiva il bar e che questo le piaceva. Che per il suo carattere non avrebbe “sopportato” di lavorare con una persona che le stava sempre lì col fiato sul collo. Se poi fosse vero, non saprei. Del resto era una conoscenza. E alle conoscenze non devi per forza dire la verità.
Comunque le dissi che qualche volta, se avessi fatto tardi in ufficio – le 18 all’incirca – sarei passato al bar e magari sarebbe potuta tornare con me. Cosa che accadde una volta sola. La accompagnai a casa nonostante mi chiedesse di lasciarla a Pomezia dove avrebbe preso un pullman. Mi offrì un caffé ad un bar. Conosceva la barista. Intuì che, probabilmente, era lì che ogni tanto prendeva un caffé quando non era nel “suo” bar.
Poi diverse sue vicissitudini e il mio lavoro che non mi tiene a lungo in ufficio resero impossibile altri viaggi.

Riccardo era invece un amico d’infanzia. Uno di quelli con cui ero cresciuto nelle mie tante estati in Calabria. Negli ultimi anni ci eravamo un po’ persi di vista, complice la mia assenza. Ricordo, saranno stati tre estati fa, che ci scambiammo i numeri. Doveva venire a Roma a lavorare per qualche tempo, ma non ci fu mai l’occasione di vederci. Lui era uno dei tanti che per lavoro stanno più in giro che a casa. A centinaia di chilometri. Molto spesso impiegati in cantieri o altri lavori di “fatica”. Del resto è difficile immaginare un futuro in Calabria. Gli arbereshe, la cultura alla quale appartengo, hanno un detto: “sangue nostro sparso“. Ed è proprio così. Sono figli di una diaspora, quella degli albanesi tra la fine del 1400 e i primi del 1500. E ancora oggi questa diaspora prosegue. Non saprei quanti sono gli arbereshe in Italia. Fatto sta che non è raro incontrarli o sapere di amici che ne hanno conosciuto uno. A Roma, Milano, Bologna, Torino. Riccardo era uno di loro, figlio di questa diaspora.

Ci sono storie che fanno notizia. Altre di cui invece non si sa nulla. Nonostante il dolore, il vuoto che lascino sia lo stesso. La storia del giornalismo è nota: “fa notizia un uomo che morde il cane e non il cane che morde un uomo”. E poi c’è un’altra verità nel giornalismo, forse meno accademica della precedente, che riassunse magnificamente Gaber in una sua canzone: “[…] e in cambio pretendete la libertà di scrivere, e di fotografare immagini geniali e interessanti, di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento: cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano”.

Isabella è morta in metropolitana, dopo essere scesa sulla banchina di Roma Termini. Una crisi respiratoria. Era mattina presto e stava andando a lavoro.

Riccardo è morto in un cantiere del porto di Catania. Aveva finito il suo turno e se ne stava andando via quando un mezzo meccanico lo ha travolto.

Di Isabella se ne è parlato. La storia di Isabella è particolare e strappa lacrime. Si presta bene alla retorica dei tanti Gramellini.

Di Riccardo se ne sono dimenticati. Riccardo è il cane che morde il padrone. E’ uno delle oltre mille persone che ogni anno muoiono sul lavoro. Macchia Albanese è un paese di ormai cento anime. Lui è il secondo che muore mentre lavora. Il primo, Emilio, morì qualche anno fa a Milano, a oltre mille chilometri da casa.

Di lui Gramellini non parlerà. Perché se lo facesse, ogni volta che appare da Fazio, dovrebbe dare notizie solo di morti sul lavoro. Ma a chi interessa sapere che un Riccardo qualsiasi è morto a centinaia di chilometri da casa schiacciato vivo. E’ una cosa che accade troppo spesso per fare notizia. Non strapperebbe neanche una smorfia di sconforto per quanto ci siamo abituati, figuriamoci una lacrima.

E allora, almeno io, preferisco tenermi lontano da questo giornalismo di pianto. E sapere che le storie di Isabella e Riccardo sono storie tristi, ingiuste e fin troppo simili. E sapere che per qualcuno siano invece così diverse è una cosa che mi ferisce. Gaber nella sua canzone diceva che forse “la scomparsa dei fogli della stampa sarebbe una follia” e forse aveva ragione, anche se io, oggi, non sono poi così lontano da quell’idea, se questa è la stampa e il giornalismo.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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Una risposta a Isabella e Riccardo, 34 anni

  1. Federica D'Amico ha detto:

    Questa è l’Italia, fatta di sensazionalismi anche nella tragedia. Ahinoi!

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