Tutte le ragioni di una scelta

Manca poco meno di un mese al mio compleanno e posso a tutti gli effetti considerarmi un ventinovenne.

Ventinove anni di scelte e prese di posizioni, spesso radicali. Del resto è sempre stato inevitabile. Sono un marxista, l’ho già detto, e l’analisi critica dell’attuale società non può che condurti a percorrere strade spesso poco battute e contro corrente.

In questi anni ho frequentato tante persone. Ho vissuto assieme a loro periodi di attivismo, in questa o quella associazione/partito. Alcuni sono tra i miei amici più cari. A volte è capitato di non essere d’accordo e, nonostante ore di discussione, non lo siamo tutt’ora. Tuttavia nessuna delle loro posizioni e il modo di sostenerle mi ha mai infastidito. Tranne una. Non ho mai sopportato i vegetariani. Soprattutto quelli che, mentre mangi carne, devono dirti ogni due minuti che quella è una carcassa morta.

In questi miei ventinove anni sono sempre stato onnivoro. E la carne, salvo rare eccezioni, mi è sempre piaciuta e molto. Non ho mai sinceramente capito chi non la mangiasse. Eppure. Eppure a volte si cambia, che è quello accaduto a me in questi ultimi giorni.

Anche questa volta si tratta di una scelta di radicalità. E non per il cambiamento che sta portando, ma per il motivo per cui è stata fatta.

Sto tentando infatti di diventare vegetariano. Qualcuno mi ha chiesto i motivi di questa mia decisione. Giusta richiesta. E mi sembra giusto chiarirli. Anche perché non credo che mi portaranno ad affrontare il discorso come facevano alcuni miei amici (il cadavere), ma da un altro punto di vista.

Prima di affrontare le ragioni di questa scelta, va detto che i motivi sono due (che affronterò separatamente), etici e politici. Su entrambi il mio ragionamento è partito dal libro di Jonathan Safran Foer, “Se niente importa“.

L’ETICA

Tornando in macchina con una mia amica un giorno stavamo parlando. Non ricordo quale fosse l’argomento, fatto sta che le dissi che non sarei mai riuscito ad uccidere un animale. Nessun tipo di animale. Mentre avrei potuto uccidere un uomo. Sicuramente esisteranno animali stronzi, ma tra i loro doni non c’è la parola. Che invece ha l’uomo, il quale la usa e, spesso, ne abusa.
Si, se penso a me stesso con una pistola tra le mani, un uomo in ginocchio davanti a me, riesco ad immaginarmi sparare (non con tutti gli uomini, ovvio, solo con qualcuno che odio particolarmente). Se immagino invece la stessa scena con al posto dell’uomo un animale – non un cane o un gatto, troppo facile, ma una mucca o un maiale, non riesco invece a vedermi premere il grilletto.
Gli animali, tutti, hanno dei sentimenti e delle emozioni. Chi più, chi meno, rispondono agli stimoli esterni. Non potrei mai pensare di ucciderne uno. Ma allora perché devo accettare che altri facciano quello che io, non per codardia, ma per etica e morale, non riesco a fare. In America negli allevamenti intensivi capita che ogni giorno, nel suo turno, un lavoratore uccida (UCCIDERE) 2000 animali. Che poi arrivano in tavola dove la gente li mangia. Certo perché un hamburger non è un animale. Non ne ha la forma e non ne ha la sostanza. Se non ci fossero questi lavoratori e dovessi essere io ad uccidere la mia cena, ne sono certo, non mangerei carne. E non sono più disposto ad accettare che altri facciano una cosa che io non potrei accettare per me.

Punto. La questione etica è questa. E’ mia, significa fare i conti con la mia coscienza. Dunque non posso imporla a nessuno così come da nessuno accetto pareri, lezioni e morali.

LA POLITICA

Ben diversa è invece la questione politica. Sto risfogliando il libro di Safran Foer mentre scrivo questo post e mi sono reso conto che ho sottolineato solo cose che attengono a questo tema. Il problema vero infatti non è carne si, carne no. O comunque non lo era per me quando avevo iniziato a leggere questo libro. Ma è carne come.

Orrore a Green Hill. Beagle: soppressi perché invendibili“. E’ questo il titolo di un articolo dell’edizione online del Corriere della Sera. Notizia recente quella del sequestro dell’allevamento di Montichiari dove cani di razza beagle venivano cresciuti per poi essere ceduti ad alcune multinazionali per la sperimentazione. Durante la perquisizione post-sequestro in un congelatore sono stati ritrovati un centinaio di cani morti. Uccisi. Pare che alcuni siano stati abbattuti perché, affetti da semplici dermatiti, erano invendibili e quindi molto sconveniente economicamente continuare a crescerli.
Questi piccoli beagle, per l’azienda Green Hill, avevano lo stesso valore di un bullone per la Fiat. Se qualcuno si dovesse rompere in lavorazione poco male. Il problema è che un animale non è un bullone. E quindi sulla vita di un essere vivente non dovrebbe valere l’idea della massimizzazione del profitto.
Il fatto di Green Hill ha fatto scalpore. Ma cosa avviene quotidianamente in un allevamento intensivo?
Bella domanda. Intanto va precisato che gli allevamenti intensivi, in America, rappresentano praticamente la quasi totalità. E nel resto del mondo le cose funzionano allo stesso modo.
L’allevamento intesivo non è nato e non è progredito perché c’era l’esigenza di produrre più cibo – di “nutrire gli affamati” -, ma per produrlo in modo che fosse redditizio per le grandi aziende agroalimentari. L’allevamento intesivo è solo una questione di soldi“.
E allevamento intensivo significa innanzitutto animali creati in laboratorio. Cosa che vale in particolari per il pollame (ma il discorso che segue è simile anche per tutti gli altri animali che ogni giorno finiscono sulle nostre tavole). I boiler, ad esempio, non esistono in natura. Sono frutto di un immischio di geni. Vengono rinchiusi senza luce all’inizio e poi con luce continua. Gli vengono dati da mangiare mangimi pieni di antibiotici e stimolanti alla crescita. In poche settimane crescono quanto dovrebbero in diversi mesi e poi uccisi. Crescono spesso in batterie impilate l’una sull’altra, in uno spazio grande quasi un foglio A4 per ciascuna. I pulcini maschi, inservibili, vengono distrutti. Alcuni calpestati e soffocati dalle loro mamme. Altri aspirati da un tubo che li fa atterrare su una piastra elettrificata. Decine di milioni di boiler muoiono prima di arrivare alla macellazione. In allevamento o durante il trasporto. Ma non è un grosso danno per le aziende. Sono costi (economici) tenuti in considerazione. Quelli che arrivano a finire sul mercato servono a ripagare anche quelli che non ci arrivano. E come se li ripagano. “Gli utili della Smithfield (una delle più grandi multinazionali americane del settore, ndr) fanno impressione – il fatturato dell’azienda nel 2007 è stato di dodici miliardi di dollari – fino a che ci si rende conto dei costi che esternalizzano: l’inquinamento provocato dalla merda, certo, ma anche le malattie causate da questo inquinamento e il relativo degrado del valore delle proprietà (tanto per citare solo le due esternalizzazioni più evidenti). Senza trasferire questi e altri oneri alla sfera pubblica, la Smithfield non sarebbe in grado di produrre tutta la carne a basso costo che produce senza fallire. Come per tutti gli allevamenti intensivi, l’illusione della redditività e dell'”efficineza” della Smithfield si basa sull’immensa portata del saccheggio che l’azienda mette in atto“.
Ed è un saccheggio che multinazionali di altri settori – oggetto di proteste e di sciaquate di bocca da parte di molti – si sognano. Soprattutto se teniamo conto dell’impatto sui cambiamenti climatici. “Secondo l’ONU, il comparto dell’allevamento è responsabile del 18 per cento delle emissioni di gas serra, circa il 40 per cento in più dell’intero settore dei trasporti – autovetture, camion, aerei, treni, navi – nel suo complesso. L’allevamento di animali è responsabile del 37 per cento delle emissioni antropogeniche di metano, che ha un potenziale di riscaldamento globale (GWP) 23 volte superiore a quello della CO2, e del 65 per cento delle emissioni antropogeniche di ossido nitroso, il cui GWP è 296 volte quello della C02, un valore strabiliante“.
Questo per il mondo terrestre. Ma se guardiamo al mare? Anche lì la pesca intesiva (figlia degli stessi, di pochi, interessi) sta portando una distruzione senza precedenti. “I gamberetti sono solo il due per cento in peso del mercato ittico globale, ma la pesca a strascico dei gamberetti produce il trentatré per cento delle prede accessorie globali“. Cosa sono le prede accessorie? Sono pesci (delfini, squali, pescispada, cavallucci marini, barracuda, tartarughe) che non dovrebbero essere pescati, ma che muoiono. Presente gli effetti collaterali dei bombardamenti umanitari? Ecco, funziona per lo più così. Solo che qui i morti “innocenti” sono l’80-90% del totale del pescato!

Alienazione. Bellissima parola vero? Alla base del pensiero marxista e della critica all’economia capitalista. L’alienazione è ciò che colpisce gli animali, espropriati dei propri diritti e resi strumenti della produzione del plusvalore che va ad arricchire le pochissime aziende che a livello mondiale gestiscono allevamenti, mattatoi e distribuzione. Ma nel processo che rende gli animali cibo, l’alienazione colpisce anche qualcun altro. I lavoratori (e qui il discorso politico torna ad intrecciarsi con l’etica). Come dicevo capita che un lavoratore, durante il proprio turno, uccida 2000 animali vivi. Altri lavoratori poi li amputano, li spellano, li aprono, esportano gli organi e via dicendo. Una perfetta catena di smontaggio (a proposito, leggendo il libro di Foer ho scoperto che l’idea della catena di montaggio della automobili a Ford è venuta osservando la cantena di smontaggio di un mattatoio). Il problema è che non sempre però gli animali arrivano a questa catena morti. Anzi. Ci sono milioni di casi in cui quando arrivano alla lavorazione sono ancora vivi e, purtroppo, coscenti. I lavoratori vanno avanti lo stesso. Insensibili. Anzi, alcuni arrivano addirittura a torturare gli animali. Gentaccia? Mele marce? Forse. Ma sarebbe troppo, troppo, semplice. La verità è che si tratta di lavoratori alienati dal proprio mestiere. Pensateci. Otto ore al giorno a uccidere e smembrare animali. Come fai a sopportare questi ritmi e a non perdere di vista ogni briciolo di umanità che chiunque di noi ha. Ed infatti il tasso di sostituzione dei lavoratori di questi impianti è di circa il 100% ogni anno. Un problema che non è un problema per chi si arricchisce sulle spalle di animali e lavoratori. Anzi, se torture (o smontaggio di animali ancora vivi) ci sono, poco male. “Secondo il National Chicken Council – che rappresenta l’industria avicola – ogni anno sono centottanta milioni i polli macellati in modo improprio (ovvero non morti, ndr). Quando gli hanno chiesto se queste cifre gli creavano problemi, Richard L. Lobb, che ne è il portavoce, ha spiegato con un sospiro che «il processo si conclude in pochi minuti»“. Dopo aver sottolineato queste poche righe sul libro ho messo un appunto, questo: Nazisti!
Insomma, avrei da scrivere tanto altro e mi rendo conto di essere stato anche abbastanza confusionario. Ma credo comunque di essere riuscito a spiegare i motivi per cui ho preso la decisione di diventare vegetariano. L’ho fatto per rispetto degli animali, certo. Ma l’ho fatto anche perché voglio essere coerente con quello che è il mio ideale. Qualcuno mi ha detto che mi serviranno le proteine e che una dieta senza carne mi indebolirà. Beh, è un prezzo che credo sia giusto pagare per ciò che si crede. E io credo che un altro tipo di mondo debba essere creato. L’allevamento – e il cibo in generale – in mano alle grosse multinazionali che uccidono, distruggono, affamano, è parte di questo cambiamento.

In una delle ultime pagine del libro si Foer c’è questo passaggio: «In un’occasione Martin Luther King affermò con passione che “prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare”, a volte bisogna prendere una decisione semplicemente “perché la coscienza dice che è giusta”».

La mia coscienza mi dice che questa è la scelta più giusta che potessi fare.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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6 risposte a Tutte le ragioni di una scelta

  1. Francesca ha detto:

    Le ragioni della tua scelta sono quelle che vorrei sentire da ogni vegetariano, ma, che ti interessi o no non condivido completamente la scelta. Diventare vegetariano, purtroppo, non cambia le cose. Cerco di spiegarmi meglio: gli allevamenti intensivi sono necessari e inevitabili in quanto siamo tanti e mangiamo _troppa_ carne. Se riducessimo le porzioni di carne a _massimo_ due/tre alla _settimana_ sarebbe necessaria molta meno barbarie.
    Se ognuno di noi facesse attenzione a dove proviene la carne, evitando di comprare carne/uova/latticini dalla gdo, ma si tornasse ad un consumo più consapevole, probabilmente molti degli allevamenti lager non avrebbero più senso di esistere. Questa mia, ovviamente, è un’ipotesi… che, onestamente, mi sembra realistica.
    È per questo che io ho scelto un’altra strada: mangio carne due volte a settimana, le altre proteine animali le ho quasi eliminate – complice l’intolleranza ai latticini, lo ammetto -, le uova le uso per cucinare i dolci o la pasta all’uovo (e a questo non penso che cercherò un rimedio). Ma soprattutto non compro più carne dalla gdo, ma solo da macellai di cui conosco l’operato e so come trattano gli animali.

    Per quanto riguarda l’uccisione degli animali. Beh, i miei primi ricordi da bambina sono le galline a cui davo da mangiare e alle quali vedevo tirare il collo mentre tornavo a casa da scuola. La mia reazione era:”Ciao Caterina!”… un semplice saluto alla proprietaria delle galline. Era una cosa naturale, per me. E lo farei io stessa, senza problemi. Caccio il cibo.

    • andrij83 ha detto:

      Grazie per il tuo commento Francesca.
      Parto dalla fine per risponderti. Anche mia madre mi racconta che quando era bambina, in Calabria, aiutava mia nonna (sua madre) ad uccidere le galline. Era fondamentale per la sopravvivenza, soprattutto per una famiglia di certo non benestante come era la loro, ed era normale farlo. Io sono nato in città e anche in un altro tipo di benessere. Per questo non giudico negativamente chi uccide i propri animali a scopo alimentare. Come scrivevo anche nel post questa cosa attiene all’etica di ciascuno di noi. Per me sarebbe inconcepibile. Se altri lo fanno non mi permetto di giudicarli.

      Sugli allevamenti intensivi il problema è proprio quello che te riprendi. Per quanta carne consumiamo sono necessari, a meno che non vogliamo riempire ogni terra emersa di allevamenti. E infatti bisogna andare alla radice. Noi mangiamo troppa carne, mai nella storia dell’uomo se ne è mangiata così tanta, e soprattutto la paghiamo pochissimo. Visto che siamo finiti sull’argomento ti cito un altro passaggio del libro di Foer: “Negli ultimi cinquant’anni, con la progressiva industrializzazione della pollicoltura e della produzione di latte e di carne bovina e suina, mentre il costo medio di una casa nuova aumentava quasi del millecinquecento per cento e quello di un’auto nuova di più del millequattrocento per cento, il prezzo del latte è cresciuto solo del trecentocinquanta per cento e quello delle uova e della carne di pollo non è neppure raddoppiato. Tenendo conto dell’inflazione, oggi le proteine animali costano meno che in qualunque altro periodo storico. (A meno di non tenere conto anche dei costi esternalizzati – i sussidi all’agricoltura, l’impatto ambientale, le malattie umane e così via – che lo rendono un prezzo storicamente alto.)”.
      La strada che te percorri, del comprare carne da fonti controllate, è sicuramente ottima (ed infatti nel libro di Foer sono tenute in evidente considerazione). Io ho deciso di fare una scelta più radicale proprio per compensare in qualche modo i tanti che invece non fanno attenzione e che magari comprano salsicce di maiale ad 1 € a vaschetta (cosa che in parte ho fatto anch’io in passato).

      Nel post dicevo che non avrei rotto le scatole ai miei amici con il cadavere nel piatto, e terrò fede a questa cosa. Ma romperò loro le scatole sugli allevamenti intensivi e su un consumo più controllato (nel doppio senso della parola: consumo moderato e controllo delle fonti). Sperando che in tanti aprano gli occhi. Anche perché ne va della loro salute visto che la carne che proviene da questi tipi di allevamenti non è neanche genuina.

  2. Francesca ha detto:

    “Nel post dicevo che non avrei rotto le scatole ai miei amici con il cadavere nel piatto, e terrò fede a questa cosa. Ma romperò loro le scatole sugli allevamenti intensivi e su un consumo più controllato (nel doppio senso della parola: consumo moderato e controllo delle fonti). Sperando che in tanti aprano gli occhi. Anche perché ne va della loro salute visto che la carne che proviene da questi tipi di allevamenti non è neanche genuina.”

    E secondo me è la strada migliore, a prescindere dalla propria scelta – radicale o meno – a proposito dell’alimentazione.

    🙂

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