Litfiba

A quasi due anni dalla prima “Disgressio musicale”, ritorna questa seconda. Un post che avrei voluto scrivere da tempo immemore, ma che faccio solo ora.

Il motivo per cui oggi è semplice. Ieri, 1 giugno, sono stato a Firenze a vedere il concerto dei Litfiba. Perché Firenze e non attendere Roma a luglio? Anche la riposta a questa domanda è semplice. Il concerto di ieri era forse, purtroppo, un evento unico. Dopo troppi anni si sono ritrovati sul palco, assieme a Ghigo Renzulli e Piero Pelù anche Antonio Aiazzi alle tastiere, ma soprattutto Gianni Maroccolo al basso. La prima, la migliore, formazione dei Litfiba. Mancava solo Ringo De Palma alla batteria. Mancava fisicamente. Ieri erano 22 anni dalla sua scomparsa. Musicalmente invece c’era. Perché i suoi tempi c’erano in quelle canzoni che hanno segnato un’epoca e, permettetemi di dirlo, la storia della musica rock italiana.

I Litifba sono il mio gruppo preferito. Così direbbe un adolescente e così dico anch’io che dall’adolescenza sono uscito da diversi anni.
Li conobbi che avevo 10. Era estate. Ero a Macchia Albanese. Mia zia mi diede una musicassetta. Girai tutta l’estate con quella musica nelle orecchie. E me la portai con me a Roma. Lì sopra c’era registrato Terremoto. L’album che più amo (ma oggettivamente non il loro migliore, 17 Re è di molto avanti!). Da subito mi innamorai di Prima Guardia. Anche qui, forse non la loro più bella e forse non quella che amo di più dell’album a quasi vent’anni di distanza, ma tant’é!

Li ascoltai sempre i Litfiba di lì in poi. Ma per esplorarli e scoprirli in profondità dovetti aspettare il 1999. Assieme a mio cugino ci immergemmo in loro. La scusa fu l’uscita di Infinito. Album già fortemente indegno. Ma eravamo 16enne io, 15enne lui, e quello passava la musica. Andammo al concerto. Anch’esso indegno. Di lì partimmo. Non passava volta che, andando a Roma, mi fermassi da ricordi per comprare un loro album. Fu così che piano piano li comprai tutti (originali). Fu una folgorazione continua.

A partire da Desaparecido. Una pietra miliare. I Litfiba possono piacere come non piacere. Ma c’è una cosa che nessuno può togliergli, quella di aver portato in Italia generi che all’estero già giravano, ma da cui il nostro Paese era lontano anni luce. Difficile dire quale fosse la mia canzone di questo album. Tutte straordinarie. Ognuna ha avuto e continua ad avere il suo momento. Ma forse tra tutte Istanbul è quella che meglio racchiude l’essenza di quegli anni.

Ero ancora giovane e per lo più per un rock un po’ più duro. E dunque iniziai a preferire i loro primi anni ’90. Terremoto appunto, così come il “suo” live Colpo di Coda. Ma l’incontro con Sogno Ribelle fu un’illuminazione. Se non altro per le straordinarie versioni live di Ci sei solo tu e di Cane. Quest’ultima live dal Montreux Jazz Festival, probabilmente uno dei più importanti appuntamenti mondiali. Energia allo stato brado!

Ma uno dei motivi per cui si amano i Litfiba è il loro passare da canzoni di una certa durezza ad una musica che sembra invece accarezzarti. Quelle che si definiscono ballate rock, ma che un certo fondersi a suoni più caldi, mediterranei, rendono ancora più soffici. Ce ne sono tante. Pensando a Ringo però una delle mie preferite resta Il volo.

Poi uno invecchia, da una spolverata ai propri gusti, li raffina. E così che è capitato che mi sia perdutamente perso nella grandezza musicale di Gianni Maroccolo, fino al punto di seguire ogni suo progetto musicale (e negli ultimi anni ne ha sfornati tanti, Acau – La nostra meraviglia; la collaborazione con Ivana Gatti; ecc.). Così finisci per riscoprire e fonderti completamente con gli anni gli anni ’80 dei Litfiba. E anni ottanta significa Trilogia del potere. E per me ha significato ascoltare e riascoltare 17 Re, il miglior loro album a mio modesto parere. Sulla terra. Univers. Oro nero. Re del silenzio. E mi fermo qui, altrimenti dovrei citarle tutte. Perché non ce n’è una dentro questo album che non meriterebbe di essere citata. Mi piacerebbe un domani ritrovare insieme Piero, Ghigo, Antonio e Gianni e ascoltargli suonare tutte queste canzoni. Magari, perché no, anche con Francesco Magnelli. Per il momento mi sono dovuto accontentare di Piero Pelù che proprio assieme a Magnelli, in una tappa di Stazioni Lunari (progetto di quest’ultimo e Ginevra Di Marco) ha eseguito Univers. Così penetrante dal vivo da chiudere gli occhi e lasciarsi guidare.

E incredibile quanto fosse pervasivo il basso di Maroccolo in quei Litfiba. E forse una delle canzoni dove più mi piace ascoltarlo è l’esecuzione live di Ballata, contenuta in 12-5-87. Aprite i vostri occhi. Album tratto dal tour di 17 Re.

Avrei potuto citare altre canzoni, altri momenti. E questo è il vero motivo per cui a distanza di 19 anni non mi sono mai stancato un giorno di ascoltare i Litfiba. Una produzione troppo vasta, una musica in continua evoluzione e trasformazione, senza mai perdere in qualità e profondità. Almeno fino a Spirito. Poi Mondi Sommersi fu il primo vero salto nel vuoto, salvo per poche canzoni. Infinito già non era più Litfiba. Così come non è Litfiba questa reunion Ghigo/Piero.

Dunque lunga vita ai Litfiba che furono. Perché quello che furono, saranno! Nel mio caso finché avrò la possibilità di sentire anche il più remoto rumore!

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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Una risposta a Litfiba

  1. desperado ha detto:

    Simpatico…adoro i litfiba quanto te ho beccato pure marok e “il marchese” al bar il primo giugno…grande giornata anche se DOVEVANO DARE DI PIU(come vecchi litfiba intendo…e cazzo piero pelu non ha eguali in italia sul palco 3 ore da pauraaa!!!)…e la penso come te quando dici che questo piero/ghigo non sono litfiba(vedere gli altri nell’ombra piu totale e loro due totalmente illuminati era abbastanza triste e irrispettoso)…sogno i vecchi litfiba con il vecchio sound e qualc1 all’altezza di ringo…

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