La tregua di un uomo

Sono passati 25 anni da quell’11 aprile del 1987, quando Primo Levi decise di togliersi la vita gettandosi nella tromba delle scale del condominio di Torino in cui viveva.

Le pagine dei suoi libri raccontano tutta la sofferenza del più infame periodo della storia moderna. Una delle più grandi follie e dei più grandi abomini mai compiuti dall’uomo sull’uomo.

Francamente, leggendo i suoi scritti, mi sono sempre chiesto come possa aver vissuto tutti quegli anni con questi ricordi. Con questi incubi. Non so se ne avrei avuto la forza al suo posto.

Proprio per queste domande che mi pongo il libro che più odio, di quell’odio carico d’amore, è “La tregua“. “Se questo è un uomo” che racconta la vita nel campo di concentramento, l’annientamento stesso dell’uomo, è un romanzo tragico e devastante. Racconta la morte. Ferisce. Ma ferisce nella morte che è la fine stessa di ogni essere. Qualcosa di definitivo, di incontrovertibile.
“La tregua” invece è qualcosa di più struggente proprio perché meno definitivo. E’ la storia di uomini tornati ad una libertà forse solo lontanamente sognata (sperata sarebbe abusare del termine, non c’era speranza in quei luoghi, anche questo è annientamento dell’uomo). Uomini che sono reduci, sopravvissuti, ma non più vivi. Uomini che vivranno il resto dei loro giorni con questo peso. Un annientamento non fisico, ma mentale. Essere sopravvissuti non come sollievo, ma in qualche modo come condanna.

Questi sono due passi che ho sottolineato delle ultime tre pagine del libro.

«A notte fatta passammo il Brennero, che avevamo varcato verso l’esilio venti mesi prima: i compagni meno provati, in allegro tumulto; Leonardo ed io, in un silenzio gremito di memoria. Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento?».

[…]

«Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento.
E’ un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con gli amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. E’ il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, “Wstawac'”».


—————–

Pochi anni fa da “La tregua” hanno tratto un film. Non la classica trasposizione cinematografica di libro, ma un viaggio per l’Europa di oggi, con i suoi cambiamenti, le sue contraddizioni, attraverso il percorso che fu di Primo Levi 60 anni prima. Il film si intotola “La strada di Levi” ed è di Davide Ferrario, regista torinese, tra quelli che ammiro maggiormente.

E’ ovviamente un consiglio.

Annunci

Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a La tregua di un uomo

  1. andrij83 ha detto:

    C’è chi legge e poi commenta in privato. Nulla di male, se non fosse che i commenti in questione siano troppo brillanti per restare tra pochi.
    Questo è uno su questo post:
    “Non ho ben afferrato in che senso dici “Ferisce. Ma ferisce nella morte che è la fine stessa di ogni essere”, ma in generale credo che la forza di una storia come quella di cui si parla ne La tregua, nei confronti dell’altra che racconta la vita nel campo, sta proprio nel fatto che una volta visti tanti orrori, una volta privati di dignità, umiliati, sviliti e strappati con forza dalla condizione di essere umani, quegli uomini non facevano un vero ritorno a casa. Piuttosto rimanevano sospesi, come appunto in una tregua, incapaci di ricostruire perché le macerie erano cenere ammucchiata all’angolo di una strada in un paese dove il vento soffia all’improvviso, senza scampo e ineluttabile. Levi è rimasto nella sua tregua per anni fino a che non si è sporto troppo avanti per capire se il vento era vicino, fino a che non ha deciso di smettere di essere un guardiano di ceneri nel buio di una solitudine in cui l’estraneo è il tuo simile, il tuo fratello e quindi anche un po’ tu”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...