Cesare deve morire!

Era un discreto arco di tempo che non andavo al cinema. Ieri sera c’è stata l’occasione per tornarci, il film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani.

Al di là del fatto che abbia vinto l’Orso d’Oro al Festival del Cinema di Berlino si tratta di un film che avrei visto lo stesso. Per i Taviani, ma anche per l’argomento che tratta.
Ammetto che quello del carcere, tra rieducazione e punizione, è una delle cose su cui da qualche tempo amo ragionare con più attenzione. Probabilmente perché in questo discorso si celano e riassumono alcune delle più grandi contraddizione che la nostra società sia riuscita a creare. Un argomento di cui avevo parlato poco tempo fa, con l’occasione di un altro spettacolo, quello di Ascanio Celestini “Pro patria, senza prigioni senza processi” (link).

Il film “Cesare deve morire” è quanto di meglio si riesca a trovare per affrontare e sbattere il muso su queste contraddizioni. I protagonisti potrebbero essere chiunque: imbianchini, impiegati, meccanici. Hanno una passione, quella di recitare. E il film è un racconto di questa passione. Un racconto delle prove e della messa in scena del “Giulio Cesare” di Shakespeare. E invece siamo in carcere. I protagonisti sono carcerati. C’è chi è dentro per omicidio, chi per spaccio di stupefacenti, chi per reati di criminalità organizzata. Ma la bravura dei Taviani sta proprio in questo, nel decontestualizzare il luogo concentrandosi solo sulla personalità e sulla passione artistica degli uomini. Questo luogo di deumanizzazione che è il carcere torna prepotentemente solo alla fine del film quando, a fine spettacolo, i protagonisti rientrano nelle loro celle e le porte vengono chiuse alle loro spalle, facendo tornare quegli uomini ciò che in realtà sono in quel momento, non uomini appunto, ma una categoria: criminali.
In tal senso solo due cose avrei cambiato di questo film. Entrambe riguardano il finale. O meglio una riguarda il finale, mentre un’altra riguarda ciò che avrei spostato dall’inizio alla fine. La prima è proprio il ritorno dell’uomo in cella e il suo tornare un “semplice” carcerato. Questa scena a mio parere restituiva tutta la profondità e la drammaticità della situazione che il film denuncia. Invece i Taviani hanno aggiunto anche una battuta di uno dei protagonisti. Mi dispiace rovinare la sorpresa a chi il film non l’ha visto. Questo uomo/carcerato dice: «da quando ho conosciuto l’arte ‘sta cella cella è diventata una prigione». Credo appunto che fosse superflua perché le sole immagini che ho descritto poco più su ben rappresentavano quanto si esprime con la frase di questo protagonista. La cosa mi è sembrata una ripetizione.
La seconda cosa riguarda invece quei frammenti dove vengono riportate le condanne e i motivi delle condanne di quelli che saranno i protagonisti del “Giulio Cesare”. Questi frammenti li avrei spostati alla fine del film per due ragioni. La prima riguarda la prematurità con il quale appaiono. Alla fine del film è facile aver dimenticato chi era stato condannato a questi e quegli anni e per quale motivo. La seconda ragione riguarda invece proprio quell’idea di deumanizzazione del carcerato che io ho trovato nel film. Nei titoli di coda infatti tornano i nomi dei protagonisti con loro immagini. Mettere anche le loro condanne in quel frangente avrebbe, per come la vedo io, scosso di più lo spettatore. Questo perché attraverso il film, attraverso la messa in scena del “Giulio Cesare” con tutte le prove che si susseguono, lo spettatore impara a conoscere quella che è l’umanità di quegli uomini. Ci si rende conto che questo sono: uomini! La cella che si chiude ti riporta invece alla loro realtà. Il fatto di far seguire a questa scena le loro “colpe” e le loro “punizioni” può rappresentare quel ritorno ad una dimensione di “colpevole” che deve pagare. Un ritorno non così semplice nel momento in cui si scopre l’umanità di una persona. E dunque un cazzotto nello stomaco. E dunque un elemento di riflessione in più.

Detto ciò, i Taviani sono dei geni e io neanche un lontano intenditore di cinema (ma chi e cosa fanno di una persona un intenditore?). Dunque prendete queste mie “critiche” con le molle, ma seguite questo consiglio: andata a vedere il film! Merita davvero.

P.S. Un elemento di riflessione che c’entra indirettamente con questo film. Ieri siamo andati a vederlo, in quattro, al Cineland di Ostia. Eravamo 11 o 12 persone in sala. Eravamo tutte di Pomezia.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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