Manifesto a favore della pena di morte

Ieri sera sono stato a teatro. Era tanto che non ci andavo, me meschino! Sono stato a vedere “pro patria senza prigioni, senza processi di Ascanio Celestini.

Inutile dilungarsi su questo artista e sui suoi spettacoli. E’ ormai un decennio che lo seguo, dalla mia prima con il suo “scemo di guerra” e non ho mai avuto occasione di non apprezzare i suoi racconti e le sue storie.

Vale però la pena soffermarsi sul tema.

“I morti e gli ergastolani hanno una cosa in comune, non temono i processi.
I morti perché non possono finire in galera.
Gli ergastolani perché dalla galera non escono più”.

E’ questo un passaggio dello spettacolo che ho visto ieri sera.  Ed è un tema su cui da sempre ragiono. Non perché sia anarchico. O meglio, lo sono come ispirazione futura, ma credo che ci siano altre strade da percorrere per arrivarci.
Ci ragiono perché il carcere è una delle più grandi contraddizioni della nostra società moderna e democratica (entrambi voglio sperare siano due termini eufemistici). Una contraddizione in cui casca anche il più liberale tra i liberali. Per non parlare poi di quella razza abominevole che risponde al nome di giustizialisti!
Per ragionarci ho iniziato a leggere già tempo fa – e a breve spero di finirlo – un piccolo pamphlet edito da “Ediesse” in collaborazione con “La società della ragione” (quest’ultima ha come finalità lo studio, la ricerca e la sensibilizzazione culturale sul tema della giustizia, del diritto penale minimo, dei diritti e delle pene). Il titolo: “Contro l’ergastolo“. Sottotitolo: “Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona“.
Torno a ripetere che non ho ancora finito di leggerlo, ma quanto ho letto è bastato a rafforzare la mia idea attorno a questo tema. Lo spettacolo di Celestini, ha avuto lo stesso effetto. Oltre al fatto di spingermi a voler affrontare questo tema.

“Manifesto a favore della pena di morte”. Il titolo del post, spero lo abbiate capito, è volutamente provocatorio.
Nei giorni scorsi a Roma c’è stato un atto terribile. Un padre ha gettato suo figlio di 16 mesi nel Tevere. Se volete i motivi, i pareri degli psicologi, i commenti indignati delle persone, cercate su google. Sono cose superflue rispetto al tema che qui si tratta. O meglio, forse solo i commenti dei “semplici” cittadini, potrebbero essere utili.
Quale pena per questa persona? Il carcere a vita immagino che troverebbe d’accordo tutti. Qualcuno si potrebbe spingere addirittura a pensare alla pena di morte. Personalmente ho sentito una persona in un bar dire:«avrebbero dovuto buttarlo nel Tevere anche a lui». Frasi da bar, è vero. Ma il bar è uno di quei luoghi che meglio raccoglie i pareri dei cittadini. Di tutti. Senza distinzione di ceto, professione, sesso, età, religione.
Qual è la funzione del carcere? Questa è la vera domanda dalla quale dovrebbe nascere una discussione. Questa è la domanda che ogni volta che sono preso dalla forza dell’emotività per qualsiasi fatto, mi pongo.
Molti, la maggioranza ne sono certo, penseranno che il carcere è uno strumento di punizione. Ed invece, non è così. Il carcere è uno strumento di rieducazione e di reinserimento nella società.
Anni fa, come quasi quotidianamente mi accadeva, mi trovavo con un amico in un giardino di Pomezia. Si avvicinò un ragazzo, avrà avuto 35 anni, e ci chiese il permesso di mettersi vicino a noi. Nulla di male. Giardino, panchina e aria sono di tutti.
Era uscito dal carcere quella mattina. Era la terza volta che ci finiva. L’ultima ci stette sette anni e mezzo. Era un tossicodipendente e il reato, reiterato per tre volte, era spaccio. Uscendo gli avevano dato tutti i suoi averi, ben 25 €. Quando se ne andò mi chiesi quanto tempo sarebbe dovuto passare prima che fosse rifinito in carcere nuovamente.
Se questo è il carcere, la società ha fallito. Ed ha fallito due volte. La prima quando ha creato le ingiustizie e le disuguaglianze che spingono molti a commettere reati. La seconda nel non riuscire a dargli una nuova possibilità. «Taluno si mostra in imbarazzo di fronte a domande provocatorie su quale pena meritino Totò Riina o gli autori di stragi mafiose. Giovanni Falcone sosteneva che la mafia rappresentasse un fenomeno sociale e come tutti i fatti della vita avesse un inizio e dovesse avere una fine. Dovremmo mettere in campo scelte politiche, sociali ed economiche capaci di sconfiggere in un tempo ragionevole le organizzazioni criminali: dovremmo essere convinti che trenta o trentatré anni (la pena prevista, a suo tempo, dalla Commissione giustizia del Senato in sostituzione dell’ergastolo) siano un tempo adeguato per liberare il paese da una morsa intollerabile. L’opinione contraria rappresenta un segno di rassegnazione e di sconfitta e indica un volersi alleggerire la coscienza rispetto a incapacità di governo dei fenomeni sociali e di contrasto di quelli criminali».
Mettere una persona dentro, tenercela per anni e ributtarla in mezzo ad una strada non ha nulla della funzione che un carcere potrebbe pur avere.
E qui si torna al titolo del post, a quanto accaduto a Roma pochi giorni fa e alla reazione da bar. Pensare anche solo per un attimo che quella persona, per quanto orrendo possa essere il crimine commesso, sia irrecuperabile, significa aver già deciso che il carcere è uno strumento inutile. Metterlo dietro le sbarre per farcelo ammuffire non ha alcun senso. E per questo condivido quanto detto dal signore al bar. Se una società ammette che ci sono fatti per i quali è impossibile e inammissibile che quella persona torni nella società, tanto vale uccidere quella persona.
Saltati sulla sedia. Si, lo so, viviamo in una società così, profondamente ipocrita. Il pensiero di ammazzare una persona ci fa inorridire. Il pensiero che muoia lentamente dietro le sbarre ci fa sentire assolti. Eppure «l’ergastolo è una pena di morte distillata. E’ sbagliato dire che è equivalente della pena di morte, perché si perderebbe la distinzione definitiva tra l’essere vivi e il non esserlo più. Però, al tempo stesso, sarebbe sbagliato non cogliere la vicinanza estrema tra la brutalità della pena di morte e la brutalità dell’ergastolo». Dunque mi dispiace ma, citando De André, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.
Perché condannare qualcuno all’ergastolo o a pene detentive ultratrentennali è una cosa socialmente accettabile e anzi desiderabile, mentre condannare una persona a morte è un abominio giuridico? La vita di una persona “socialmente inadatta” è davvero così preziosa?
«Un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale, che istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, ma anche nei confronti della pena perpetua: l’ergastolo, che, privo com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto sia la pena di morte». Così parlava Aldo Moro ai suoi studenti nella facoltà di Scienze politiche a Roma.
Ergastolo e pena di morte, se non proprio sullo stesso piano, sono due pene barbare. La differenza è che una di esse, nel nostro Paese, è socialmente accettata. Nonostante quello che scriveva Italo Mereu, storico del diritto, nel suo volume “La morte come pena“: «la pena resta, ancora non educativa ma terrorizzante. Ancora una volta non c’è stato il salto di qualità. L’ergastolo ha di fatto sostituito la pena di morte e, un’altra volta, ci troviamo con una pena che già nell’Ottocento, da tutti, era stata giudicata “barbara”, “una straziante agonia”, “un morire a fuoco lento”. Invece che alla morte immediata condanniamo ancora alla morte al rallentatore».
E che differenza c’è tra una morte al rallentatore e una morte istantanea? Quanti hanno deciso, dopo anni di morte al rallentatore, di darsi una morte istantanea per salvarsi da quest’abbrutimento, da questa disumanizzazione?
«Ci si può anzi domandare se non sia più crudele una pena che conserva in vita privando questa vita di tanta parte del suo contenuto che una pena che tronca, sia pure crudelmente, disumanamente, la vita del soggetto e lo libera perlomeno, sia pure con il sacrificio della vita, di quella sofferenza quotidiana, di quella mancanza di rassegnazione o di quella rassegnazione uguale ad abbrutimento che è la caratteristica della pena perpetua».

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Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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4 risposte a Manifesto a favore della pena di morte

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