Ladri di biciclette

Inutile negarlo o far finta di niente, lo sport tutto ha da sempre un forte valore simbolico. E poi ci sono quegli sport che nell’immaginario collettivo rimandano ad imprese epiche, a storie avvincenti e a volte tragiche, e per questo sono capaci di creare emozioni inimmaginabili e trascinare le genti.

Il ciclismo è uno di questi. Se parli di biciclette ti vengono in mente grandi campioni: Coppi, Bartali, Magni, Nencini, Gimondi, Pantani. Uomini che con le loro imprese hanno saputo suscitare i sogni di generazioni di tifosi e semplici appassionati. Uomini che, soprattutto in passato dopo i tragici eventi seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, hanno saputo ridare speranza e unità ad un Paese povero, distrutto, dilaniato e in alcune sue parti, ancora diviso.

La bicicletta ha rappresentato uno strumento di rinascita. Era il mezzo di locomozione di un’Italia che ripartiva. Tanto da diventare il simbolo di uno dei film più importanti del nostro cinema. In quel “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica, esempio di quello straordinario filone cinematografico che prende il nome di neorealismo, questa è un elemento vitale. La bicicletta rappresenta la tentazione che spinge Antonio a rubare, l’esca con cui il pedofilo di Piazza Vittorio attira il piccolo Bruno, la perdita del lavoro e la disperazione finale di una povera famiglia che aveva riposto in quell’umile oggetto tutte le sue speranze di sopravvivenza. La bicicletta spesso rappresenta il confine tra un possibile benessere e la povertà. E’ strumento di riscatto sociale.

Ed è per questo che il ciclismo, forse più di altri sport popolari (calcio in primis), ha un forte valore simbolico, letto nel senso di sport che riesce a creare simboli.
Il fatto che in questi giorni sia in corso il Giro della Padania, non può quindi essere una questione da sottovalutare o da archiviare quale espressione di quel folclore cui la Lega Nord ci ha da tempo abituati.
Il fatto che il leader indossi la maglia verde non è un caso. Come non fu un caso che durante il fascismo, il leader del Giro d’Italia non potesse indossare la maglia rosa, colore questo che di certo non legava bene con l’immagine virile dell’uomo fascista. Le maglie dei leader diventano il sogno dei ragazzi che vanno in bicicletta. Quando con un tuo amico fai a gara a chi arriva prima in un determinato punto ti senti Cipollini (o magari oggi Cavendish). Ogni volta che vado in bici e imbocco una salita, c’è poco da fare, la mia mente viaggia da sola e si ferma su Marco Pantani (come penso accada a tanti di quelli che sono cresciuti con le sue imprese). Il ciclista, la sua maglia, le sue vittorie, diventano il simbolo di una generazione. E la maglia che indossa chi vince assolve a questo compito in maniera ancora più forte e dirompente.

Il Giro della Padania forse oggi è derubricato a semplice corsa. Così almeno la pensa la Federazione Ciclistica Italiana. Così la pensa il CT della nazionale Paolo Bettini (i cui scatti e le cui vittorie sono nel mio immaginario, così come la sua maglia dell’Italia). Così la pensano i corridori che lo stanno correndo: Ivan Basso e il tricolore Giovanni Visconti. Ma pensare che il bambino che oggi vede passare questi corridori sotto casa sua, possa crescere con l’immaginario di quella maglia verde mi spaventa e mi preoccupa.

Perciò in questi giorni sono con coloro che sulle strade, armati di tricolore, stanno tentando di bloccare questa corsa. Con coloro che, nell’anniversario dei 150° dell’Unità d’Italia, ribadiscono il fatto che “per fortuna o purtroppo, per fortuna sono italiani” per parafrasare il grande Giorgio Gaber.

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Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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