Ode alla bici!

Se c’è una cosa piacevole nell’arrivo della primavera, è il poter riutilizzare la bici.

Poter sentire la brezza sul viso, avere il tempo per guardarti attorno, osservare le cose, riconoscere le persone, sono sensazioni che in nessun altro modo puoi provare. Non a piedi, tantomeno in macchina, da dove, chiuso nel tuo abitacolo, fai fatica persino a pensare che in quelle scatole accanto a te ci sono altre persone.

«Andare in bici è una straordinaria esperienza di libertà. La prima pedalata equivale a una nuova autonomia conquistata, a una fuga romantica, a una libertà che si tocca con mano, movimento in punta di piede, quando la macchina risponde al desiderio del corpo e quasi lo anticipa. In pochi secondi l’orizzonte chiuso si libera, il paesaggio si muove. Sono altrove. Sono un altro, eppure sono me stesso come mai prima; sono ciò che scopro».

Usare la bici, avere il tempo di guardarti attorno, significa anche una riappropriazione della città. Non solo vedere la città, come capita quotidianamente, ma guardarla. Quante volte succede di notare una pianta ad un balcone, o una particolarità architettonica, o un giardino, chiedendosi se fossero sempre stati così. Siamo distratti. Abituati a camminare poco per le città o a farlo da dentro un’automobile.

«I nuovi flâneurs, con il vento in faccia, hanno fatto una doppia scoperta: si sono resi conto con meraviglia che la città è fatta per essere guardata, per essere vista (vista direttamente, senza l’intermediazione di un apparecchio fotografico o di una telecamera), che è bella fin dalle sue strade più modeste, e che è facile da percorrere. La bicicletta, per chi si arrischia a utilizzarla in città per la prima volta, è l’occasione di un’esperienza inedita: permette di rivalutare le distanze e di fare confronti che i trasporti pubblici, seguendo itinerari fissi, impedivano. In bicicletta non si deve più cambiare, non si devono più aspettare le coincidenze. Si scivola quasi di nascosto in un’altra geografia, assolutamente e letteralmente poetica, occasione di contatti immediati tra luoghi normalmente frequentati separatamente, e che diventa così fonte di metafore spaziali, di confronti inaspettati e di cortocircuiti che non smettono di stimolare con la forza del polpaccio la rinata curiosità dei nuovi passanti.
[…]
Il paradosso di quest’utopia e che noi ne conosciamo il luogo, anche se abbiamo molte difficoltà a definire i limiti e le frontiere (dove inizia e dove finisce la città oggi?). L’uso della bicicletta consente di ridisegnare questi limiti e queste frontiere, di inventare itinerari inediti e di riconfigurare la vita reale – quella degli usi, degli scambi e degli incontri del quotidiano -; qui sta la nuova e sorprendente possibilità che si lascia intravedere timidamente, offrendo la rara possibilità di immaginare il futuro senza paura e con gioia».

Tante volte mi chiedo perché tutti i genitori appena possibile comprino una bicicletta ai propri figli, invogliandoli ad andarci, quando poi loro sono i primi a non riconoscersi, a non credere, in questo mezzo. Eppure anche loro da bambini, sono pronto a scommetterci, desideravano pedalare. Forse la risposta è proprio nell’utopia. Nel mondo diverso che la bici proietta. Utopia che mal si addice ad un adulto, attento al pragmatico, timoroso del sogno.

«Il solo fatto che l’uso della bicicletta offra una dimensione concreta al sogno di un mondo utopico in cui la gioia di vivere sia finalmente prioritaria per ognuno e assicuri il rispetto di tutti ci dà una ragione per sperare: ritorno all’utopia e ritorno al reale coincidono. In bicicletta, per cambiare la vita! Il ciclismo come forma di umanesimo».

Le parti in corsivo sono tratte dal breve pamphlet di Marc Augé, il bello della bicicletta, acquistato il 16 maggio 2009 alla Fiera del libro di Torino, dove vedemmo anche la presentazione.

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AGGIORNAMENTO

L’aggiornamento si pone per un acquisto avvenuto oggi. Un acquisto direttamente collegato a questo post e al video riportato in questo post. Ho infatti comprato “Goodbike“, concept album sulla bicicletta dei Tetes De Bois. Il libricino allegato all’album inizia così:

«La mia città a questa latitudini offre i segreti più profondi.
Mi piace attraversare le aree vietate con la bici, i passaggi proibiti, le scorciatoie che riscrivono la normale circolazione.
C’è un’altra vita o meglio la stessa vita, vista con altri occhi, come retro dei palazzi.
Non fermarti alla facciata padronale, neanche del tuo palazzo popolare, sul lato b di quella canzone c’è la storia vera… la tinozza appesa al muro, la scala imbrattata di vernice, la scarpiera malandata, una frittata che volteggia a mezzo metro dalla sua padella, due ragazzi che si baciano in finestra, un vecchio che aspetta.
La bici è agile e veloce, si nasconde bene. Non ha la targa, è immune da qualsiasi controllo doganale, della dogana della mente intendo, e ti fa passare.
Meglio che a piedi, si fa accettare, rapidamente si fa scusare, rende più compatibile l’errore. E’ una complice fantastica d’amore.
Così certe domeniche mattina, d’inverno, bardato per il freddo e vestito a strati, io la prendo, e senza dire niente a nient’altro, infilo la città dagli interstizi, frugando in quello che ogni giorno cambia, facendo finta di esser lì solo per sbaglio. Eppure leggo, respiro, ricordo.
Una fabbrica dismessa, un parcheggio frequentato da clandestini, un campo rom che sarà sgomberato, una stazione poco usata, i binari marci per le merci, viaggi a memoria del passato, finché non ci passa un tram per il cielo, un treno per il mare o un ultimo vagone postale. Ecco la mia bici, nella mia città, inghiotte sogni e solitudine ad ogni ora, scrive una traccia nuova, un percorso che è un pensiero personale, un punto di vista da raccontare e trasporta, attraversa e restituisce ai muti la parola».
Andrea

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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