Se non lo facessi io, lo farebbe qualcun altro

Nel precedente post ponevo delle domande: siamo davvero diventati così? Possibile che qualcuno pensi che, dato che ha soldi e potere, una persona di 80 anni possa sfruttare questi fattori per sollazzarsi con giovani ragazze, riducendo le stesse a puri strumenti di piacere per sé e i suoi ospiti? Davvero ci sono vent’enni che per un posto da velina e/ o parlamentare, accettano di essere solo questo? Un cambiamento antropologico così profondo, in una nazione così bigotta fino ad un trentennio fa, come è potuto avvenire?

Da qui riparto.

Devo dire che non sono affezionato a questo scandalo sessuale di Berlusconi. L’ho seguito poco, approfondendo quel minimo che una lettura quotidiana dei giornali non mi poteva far ignorare.

Questo post, come il precedente, parte da lì, ma per porre dubbi ed interrogativi su noi, su quello che siamo. Lo spunto per ritornarci mi è stato dato da un editoriale su “Liberazione” di oggi intitolato “Tu come noi“. Come mia abitudine lo riporto interamente.

«Kitsch, trash, anche stupido, mettetecele tutte e non sembreranno esagerate le contumelie che si possono levare contro lo spettacolino che Lele Mora – sì sì quel Lele Mora di cui tutte le gazzette parlano – ha messo su al San Babila di Milano e che si intitola: “Tu come noi!”, con il dichiarato intento di insegnare ai giovani «come si diventa star». Con vestito a quadrettoni e scarpe blu elettrico, il sedicente talent scout – ormai molto più noto come procacciatore di disinibite ragazze per le festicciole di Arcore – si esibisce in teatro come maestro di vita e di successo; e chissenefrega di inchieste giudici imputazioni. Lui la domanda-clou della serata la fa tonda e chiara, rivolta a fanciulle lì presenti: «Ma voi ad una cena ad Arcore, ci andreste?». Noi non c’eravamo al San Babila, ma le cronache raccontano che le interpellate hanno risposto all’unisono: «Sì, certo che ci andremmo, magari!» (e hanno addirittura pagato 25 euro di biglietto per entrare al San Babila).
Fate male a scandalizzarvi. Niente grida, tutto nella norma: il reality batte la realtà. Avviene da un pezzo. Il vibrione è infatti penetrato nel profondo, e da molto tempo, attraverso il più potente mezzo di trasfusione esistente, la tv. Che si è presa il senso comune; si è presa l’egemonia. Sì, l’egemonia di cui parlava Gramsci; solo che adesso ce l’hanno loro, quelli del Grande Fratello, di Amici, dell’Isola dei famosi, le Barbara D’Urso, i Bonolis, i Bruno Vespa, gli Alfonso Signorini. A poco a poco, con strepitoso successo: un’operazione, del resto, che è in atto da almeno trent’anni, e noi non ce ne siamo accorti.
Inutile prendersela, se ora un Lele Mora-magister invita dei giovani a scuola da lui e loro entusiasti dicono sì». mrc

Leggerlo mi fa sentire fuori dal mondo. Fuori da questa parte di mondo. Penso che tutte le idee di eguaglianza, sui cui si basarono anche le rivoluzioni liberali, sono morte e sepolte. Se hai due belle tette e un bel sedere e sei disposta a farne dono, ti si aprono le porte. Se sei disposto a tutto, se non hai un’etica sei l’uomo giusto. Il rispetto reciproco, l’essere scelti per le proprie capacità non contano più. E’ una lotta degli uni contro gli altri. E tutti i mezzi valgono per vincerla.

Mi è tornato così alla mente Don Milani e “Lettera a una professoressa“. Ho ripensato a quell’esperienza, libera dall’egoismo competitivo. «Poi insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia. Dall’avarizia non ero mica vaccinato. Sotto gli esami avevo voglia di mandare al diavolo i piccoli e studiare per me. Ero un ragazzo come i vostri, ma lassù non lo potevo confessare nè agli altri nè a me stesso. Mi toccava esser generoso anche quando non ero. A voi vi parrà poco. Ma coi vostri ragazzi fate meno. Non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada».

Ed è forse questa una delle chiavi di risposta ai miei interrogativi di cui sopra. Quando l’obiettivo principale, da quando si nasce, è essere i migliori, è il farsi strada a tutti i costi, allora tutto vale. E tutto vale ancor di più oggi, quando ogni concetto di comunità si è perso. Solitudine competitiva, così la definì Marco Bersani durante un intervento durante una edizione dell’Università Popolare di Attac Italia, di cui «una prima stretta definizione, parafrasando una canzone sanremese e anche un noto romanzo d’autore, potrebbere essere questa: l’orizzonte accettato è “Uno su mille ce la fa”, dentro il quale la prospettiva individuale diviene “Io speriamo che me la cavo”».

In questo quadro si inserisce la riflessione di Bersani, di cui riporto un altro piccolo estratto.

«Se il modello liberista si configura per la pervasività del mercato, non possiamo illuderci pensando che esista una sfera privata, individuale e relazionale, che non sia coinvolta. Se tutto è sul mercato, l’intera vita delle persone ne viene attraversata. Al punto che la centralità dell’individuo nell’epoca liberista ha portato ad una mutazione, quasi antropologica, per cui ciascuno di noi si vive come sistema unico e compiuto e percepisce l’altro – sia esso costituito dalle persone o dall’ambiente naturale – come un mondo separato, con cui noi entriamo in contatto attraverso rapporti contrattuali.
Perché lo percepiamo come altro da noi, con cui possiamo rapportarci solo attraverso una mentalizzazione del concetto e una contrattualizzazione della relazione.
[…]
Che cos’è dunque la solitudine competitiva?
E’ l’idea che ciascuno di noi debba vivere solo sul mercato, in diretta competizione con gli altri.
Curiosamente qualcuno chiama questa dimensione “Amici” e mi riferisco a una nota trasmissione televisiva, molto in voga di questi tempi, condotta da Maria De Filippi.
E’ una sorta di scuola artistica-reality, nella quale, dopo una selezione che coinvolge migliaia di ragazze e di ragazzi, le decine di prescelti trascorrono sei mesi di vita nello stesso luogo, competendo fra loro nella danza e nel canto e in diverse performance, al termine delle quali uno solo vincerà.
[…]
Ciò a cui assistiamo oggi in televisione è una pedagogia del percorso di solitudine competitiva. Decine di migliaia di domande, decine di migliaia di aspettative.
Uno su mille ce la fa. Ferocemente amici. Io speriamo che me la cavo».

Se queste sono le premesse, non c’è dunque molto da stupirsi se qualcuna per emergere, accetti di vendere il proprio corpo. “Se non lo facessi io, lo farebbe qualcun altro“. Questo sarebbe un buono slogan per i 150 anni dell’Unità di Italia.

Questi sono alcuni elementi della mia riflessione, che offro alla riflessione di altri. Penso che sarebbe bello sortirne assieme. E penso che cercherò un modo per farlo. Sarò antico, ma sento ancora bisogno di comunità.

BIBLIOGRAFIA:
– Lettera a una professoressa, Scuola di Barbiana, Libreria Editrice Fiorentina
– La finanziarizzazione dell’economia e la sua crisi. Atti dell’ottava università popolare di Attac Italia, AA.VV., Edizioni Alegre

Annunci

Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...