Leader

Gramellini offre molti spunti alla riflessione. Molte cose di cui vorrei parlare da tempo che il “buongiorno” del vicedirettore della Stampa mi spingono a trattare.

Sempre per opportuna conoscenza riporto quanto Gramellini scrive.
«E così, con le elezioni di Midterm, ci siamo giocati anche Obama. Magari si rifarà fra due anni, ma intanto ha perso l’aureola del messia che gli abitanti del pianeta Terra, non solo gli americani, gli avevano ansiosamente attribuito, obbedendo come sempre a un’emozione intensa ma superficiale, destinata a evaporare alle prime difficoltà. La tipica emozione di un mondo di individualisti che si ciba d’immagini, procede per suggestioni – la pelle nera, Yes We Can – e non crede più nei partiti e nei gruppi sociali, ma soltanto nel leader salvifico. Tanti uomini soli mettono un uomo solo al comando che in realtà non comanda quasi su niente. Cosa potrà mai fare una persona, anche di qualità eccelse, dentro un sistema economico che si muove per conto proprio, secondo dinamiche che la politica riesce appena a scalfire? La sala dei bottoni non ha più bottoni o forse ne ha troppi perché dall’altra parte risponda ancora qualcuno.

I cittadini non hanno smesso di sognare il cambiamento. Ma in assenza di un sistema organico di valori lo hanno delegato a singoli ambasciatori di un’emozione collettiva, caricandoli di responsabilità insopportabili e alimentando speranze che durano lo spazio di una campagna elettorale. Anche in Italia non ti chiedono più quali idee hai, ma se stai con Casini, con Vendola, con Berlusconi. Una biografia in cui ci si possa identificare per sentirsi migliori, una faccia alla quale appendere desideri confusi per poi ritrovarsi ogni volta disillusi, traditi. Avanti il prossimo».

Argomento, questo dei leader, che volevo affrontare da quando è uscito il fenomeno Vendola. Un fenomeno di massa, com’era Grillo un paio di anni fa (oggi, almeno dal punto di vista dell’agenda setting, lo è un po’ meno), che sembra aver conquistato tutti o quasi. Le persone pendono dalle sue labbra. La sinistra italiana ha trovato il suo salvatore, così come l’America e, forse il mondo, lo avevano trovato in Obama (anche Premio Nobel per la Pace alle intenzioni, giusto ricordarlo).
Ma le idee, quelle dove sono? Quali sono?
Mi viene in mente una frase del Grillo ancora comico (se anch’esso la ricorda sarebbe il caso di capirlo). Anni fa in un suo spettacolo, parlando delle elezioni del 2001 si scagliava contro queste figure, asserendo che solo noi e gli americani votavamo ancora perché c’era un leader. «Siamo un popolo di bambini che abbiamo bisogno di emozioni per andare a votare». Questo il suo discorso che chiudeva con la profetica frase: «io ho 50 anni, non ho bisogno di nessun cazzo di leader».

Vorrei parafrasarlo dicendo: «io ho 27 anni, non ho bisogno di nessun cazzo di leader per andare a votare». Anzi, continuo a pensare che il personalismo della politica sia il male endemico del nostro Paese (chiunque sia a personalizzarla, Berlusconi come Veltroni, come Vendola, come Fini). Non mi appassiono a chi chiacchiera sapendolo fare. Ho il terribile vizio di appassionarmi ancora alle idee. Al pensiero razionale. Alla discussione pubblica.
Vedo nei leader la negazione stessa della democrazia. Creano un’adesione spontanea basata sulle emozioni e non sul ragionamento, lasciando spazio all’irrazionale. Creano delega e non partecipazione. O meglio creano partecipazione fino al raggiungimento del risultato. Una volta arrivati, essendo in una botte di ferro, si può tornare al privato.
Obama è un buon esempio secondo me. Le elezioni di due anni fa furono un fenomeno di costume negli Stati Uniti. Forse mai nella storia di quel Paese così tante persone si sono impegnate per una campagna elettorale. Attori, musicisti, semplici cittadini. Tutti in campo per Obama. Dopo la vittoria delle elezioni che fine hanno fatto? C’è il leader, il loro leader, pensa a tutto lui. Oggi, alle elezioni di mid-term quante di quelle persone sono scese in strada per il loro leader? Già, perché un leader quando delude lo si abbandona. Quando ci si scontra con l’impossibilità di mutare l’esistente, il linguaggio, le parole, lasciano il posto alla realtà. E quest’ultima non ammette emozioni. Non lascia spazio all’irrazionalità del cuore. La realtà è per sua natura razionale, pura, vera.
Per quasto non cedo al fascino dei leader. Anzi, me ne tengo ben lontano. Dove ne emerge uno significa che quello non è lo spazio per me. La differenza la fanno le idee e non le persone. Quest’ultime possono aiutare.
Ma di profeti all’orizzonte non ne vedo. Grazie a dio.

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Informazioni su andrij83

Complesso, incantevole, difficile. Ma anche autoritario, arrogante, cinico, megalomane tendente all'egocentrico e un po' stronzo.
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Una risposta a Leader

  1. Giovanni ha detto:

    Condivisibile, il tuo punto di vista, salvo che la realtà è tutt’altro che razionale. In ogni caso va marcata la differenza tra il Presidente americano e il nostro Vendola. Vendola cerca di costruire una forza partitica di massa o caso mai di rubarla al PD. Il nostro caro Vendola che ha il pregio di saper raccontare quello che desidera che sia il suo e il nostro Paese, al contrario di Obama non ha nessuna intenzione di rientrare nel privato una volta assurto al potere, ma al contrario il suo desiderio e di percorrere quel solco che cerca di imprimere. Il leaderismo è un male per la democrazia ne convengo, ma Vendola non è una tipica figura di leader egli è un aggregatore di forze che si fondano su una visione, ma che ha come obiettivo di far partecipare al potere attraverso il confronto (vedi le fabbriche). Ora questo non gli è possibile perchè non ha un partito con la struttura quale è quella di un qualsiasi altro partito, avendo dovuto rinventarsene uno dalla fuori uscita da rifondazione. Credo che andrebbe fatto un congresso in rifondazione per tornare sui propri passi e provare insieme a Vendola, alle sue idee e a quello che è riuscito a fare sin ora (sel) per fare un grande partito di sinistra. Credo nei partiti, ma non vi è dubbio che sia necessario che il partito abbia la necessità di essere interpretato nella voce da qualcuno, così come è stato per il periodo berlingueriano.

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