Ecco perché non andrò più ad una fiera del libro

In questi giorni a Roma è in corso la Fiera della piccola e media editoria. Un appuntamento immancabile per me, fino a due anni fa.
Negli anni ho partecipato a tante fiere del libro, questa di Roma, ma anche quella internazionale di Torino. Ma dall’anno scorso ho deciso di non andarci più.

In un mondo dove tutto è veloce, dove tutto è merce, tutto è consumo, per me un libro è un luogo di rifugio. È riappropriarsi del tempo. È fermarsi e poter stare fermo per ore. È poter stare a casa sul divano in un’attività che di produttivo (nel senso di Pil, soldi) non ha nulla. Salvo certo l’acquisto del libro, sempre che sia stato acquistato e non sia un prestito o un passaggio da genitori a figlio.

Allo stesso modo è riappropriarsi del proprio tempo entrare in una libreria, mettersi a guardare i libri, sfogliarli, annusarli, senza che mille mani siano intorno a te pronte a prenderlo e mille persone lì in attesa che tu ti sposti per avere il loro turno in prima fila davanti al banco. È riappropriarsi del proprio tempo parlare con il libraio. Di libri e di autori certo, ma anche di quanto accade lì fuori. Non essere stretto fra stand, case editrici, dove troppo spesso quei libri lì esposti diventano blocchi di carta e non storie, racconti. Alcune belle, altre brutte, ma spesso degne di essere raccontate.

È riappropriarsi del proprio tempo anche andare ad una presentazione dove l’autore non è compresso fra tempi e orari. Dove non ha intorno duecento persone che lo costringono (nei casi che conosco posso immaginare con molto dispiacere) a rapporti precari, sbrigativi. Ad una stretta di mano, un saluto, un come stai e poi un altro saluto, un’altra stretta di mano e ancora saluto, stretta di mano un come stai, e via così.

Non andare più ad una fiera è quindi un modo di riaffermare a me stesso l’importanza di questi tempi, di questi spazi, lontani dalla frenesia mercantistica dell’oggi (e delle Fiere).

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Antispecismo, sinistra e risposte a obiezioni comuni

Lo ammetto, su facebook seguo la pagina di Potere al Popolo e ogni tanto gli metto anche qualche like. Cosa accaduta anche poco fa con un post nel quale si parla di cambiamenti climatici. Dopo averlo fatto ho continuato a scorrere la pagina e mi sono soffermato sul primo commento in evidenza sotto il post. Questo (sui cui potremmo comunque discutere):

Così mi sono letto anche le risposte al commento.
Non mi sorprendono. So la scarsa attenzione al tema. Quello che mi sorprende in realtà (e ne scrissi anche qui qualche anno fa) non è il fatto che si mangi carne, ma la totale assenza di analisi critica, l’incapacità (e la mancata volontà) di sapersi interrogare, le risposte cariche di luoghi comuni e pregiudizi, tutte questioni di fondo che si creano attorno a questo tema che, a ben vedere, non riguarda solo gli animali, ma l’ambiente, lo sfruttamento dei lavoratori, le disuguaglianze.
A beneficio di tutti, diamo delle risposte ai commenti delle persone che avevano un account che in qualche modo permetteva di vedere cose che loro condividono e che quindi possiamo annoverare al campo della sinistra.

Questo commento in realtà non merita una risposta nel merito. L’accusa di essere radical chic è sempre usato per silenziare proprio il discorso. Solitamente lo si usa per delegittimare l’interlocutore, per non dover affrontare le questioni che pone. Io me lo sento dire quando parlo di migranti, quando parlo di carceri e anche quando parlo di antispecismo. Solitamente condito da frasi tipo “si vede che stai bene economicamente per preoccuparti di queste cose”. E’ bene precisare che con l’80% di quelli che me lo dicono farei uno scambio di beni e proprietà, ci andrei a guadagnare.

A questo commento non è facile rispondere. E’ una risposta completamente scollegata dall’affermazione che la ha generata. Non entra nel merito della questione ed è una frase fatta come un’altra. Comunque si potrebbe dire, ad esempio, che a digiuno ci restano milioni di persone ogni giorno grazie all’opulenza occidentale che si manifesta anche nel mangiare carne. Infatti due terzi della soia prodotta nel mondo (quella che per essere coltivata produce il disboscamento dell’Amazzonia) viene utilizzata per l’alimentazione animale, quando potrebbe sfamare uomini, donne e bambini. Inoltre l’allevamento animale sta portando all’inquinamento dei suoli e delle falde acquifere, nonché all’impoverimento di queste ultime. In un periodo in cui le acque dolci sono in rapido esaurimento consumiamo, per un chilo di carne, 15.000 litri di acqua, quando per un chilo di grano ne bastano mille. Dunque qualcuno forse non solo digiuna, ma neanche beve.

Questi sono due commenti dello stesso tenore. Mi fa sempre specie che venga da sinistra perché è profondamente classista. Su come il consumo di carne sia diventato di massa con l’emersione della classe operaia inglese e come da quel momento mangiarne fosse sinonimo di un avanzamento nella scala sociale ne ha scritto benissimo Jeremy Rifkin in Ecocidio (io ne ho parlato qui) e quindi non mi dilungo.
Ma a tal proposito amo sempre citare un passaggio di Germinal di Emile Zola. Mentre i minatori (sfruttati, abitanti in baracche, alle prese con problemi di salute di ogni tipo e con una vita di stenti), erano in sciopero davanti alla casa del padrone della miniera, lui era a pranzo con degli amici e la moglie, portando a tavola del prosciutto disse “mangiamoci noi questo prosciutto che loro non mangeranno mai”. Safran Foer in Se niente importa spiega come il prezzo della carne sia cresciuto pochissimo nel corso degli ultimi decenni (anche in confronto ad altri beni, auto, case, ecc.). Un fattore dovuto alla nascita e lo sviluppo degli allevamenti intensivi che hanno permesso di aumentare la produzione, mantenendo bassi i costi. Fare solo allevamenti biologici (o non intensivi) significa una disponibilità di carne infinitamente più bassa, quindi costi altissimi e quindi un elemento di divisione di classe (tanto sarebbe appannaggio solo dei ricchi).

Anche questo è un commento che desta un sorriso. Noi non mangiamo gatti e cani ma non ne abbiamo interi branchi che girano per le strade della nostra città. Gli animali “da reddito” sono tantissimi perché noi li costringiamo a riprodursi a ritmi contro natura, viceversa non sarebbero così tanti (non di certo gli oltre 150 miliardi che ogni anno uccidiamo). E comunque si può fare un controllo sulle nascite.

Anche questa è una risposta tipica. Anche se in effetti è una non risposta. Diciamo che non so cosa risponderti, non mi va di pensare alla tua domanda, non mi va di interrogarmi e allora provo a mettere in campo la tua possibile e presunta incoerenza. La mia risposta solitamente è: ok, uso shampoo e auto. Uso facebook e ascolto la radio. Compro vestiti da Decathlon che probabilmente produrrà qualche operaio sfruttato in qualche paese povero. Ho un impatto sul mondo e pur volendo non ne posso fare a meno. Comunque provo a comprare meno vestiti possibili. Provo a non farmi una doccia al giorno. Utilizzo i mezzi pubblici ogni volta che è possibile. E lo ho ridotto attraverso l’attività antropica che più inquina: l’alimentazione carnivora. Te?

Insomma, nessuno pensa di aver ragione e che la propria scelta sia necessariamente la più giusta (oddio, forse io lo penso ma ho grande rispetto per chi fa scelte diverse), ma non barricarsi dietro risposte di comodo e interrogarsi sulle questioni sarebbe utile. Anche perché – e so che potrei offendere qualcuno – spesso queste risposte sono dello stesso tenore di quelle che leggo in giro quando ad esempio si parla di accoglienza dei migranti o di altri temi sensibili.

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Perché sono contrario al reddito di cittadinanza?

Chi ha frequentato ambienti della sinistra avrà sicuramente affrontato la questione reddito (che qui si chiamava e si chiama ancora “minimo garantito”) a partire da almeno due/tre decenni fa. Solitamente mi sono imbattuto in due posizioni contrapposte: i favorevoli, in nome della necessità di avere questo strumento, e i contrari, convinti che lo Stato dovrebbe prima di tutto offrire lavoro, da cui discende di conseguenza il reddito.

Io, personalmente, sono molto più vicino a questa seconda posizione. E lo sono ancor di più nell’attuale situazione italiana.
Ogni giorno, facendo una vita da pendolare, mi imbatto nei disservizi di cui Roma e la sua società di gestione del trasporto pubblico locale sono capaci. Una rete di metropolitane ridotta ai minimi termini, mezzi obsoleti, vecchi, sporchi, senza aria condizionata, in alcuni casi rotti. C’è poi la nuova stazione di Acilia, sulla tratta Roma-Lido, che avrebbe dovuto essere terminata a dicembre 2016 e i cui lavori, prima a rilento, sono fermi ormai da mesi.
Ma se mi guardo intorno è facile rendermi conto delle strade ridotte a colabrodo, di scuole e ospedali che necessiterebbero di manutenzione (oltre al fatto che ne servirebbero di nuovi). C’è poi un territorio da sanare dove ogni alluvione, ogni terremoto porta con se distruzione e morti.
Insomma, in Italia ci sarebbe davvero un bisogno disperato di tornare ad investire sul territorio e nelle opere pubbliche e, personalmente, ritengo che se debito debba essere fatto (e il debito non penso sia necessariamente un male), sia meglio farlo per questo tipo di attività che, di conseguenza, impegnerebbero nuova forza lavoro – quella più e quella meno qualificata.

Ma sono da sempre disposto ad ascoltare con attenzione chi perora la causa di un reddito minimo garantito e ad interrogarmi su questo strumento. Lo ho fatto anche sulla questione reddito di cittadinanza e sulla proposta del governo giallo-verde, arrivando alla conclusione che ci siano elementi fin troppo negativi affinché la proposta si possa accogliere.


Innanzitutto quelle che sarebbero le spese ammesse. Per lo più cibo e altri beni primari. Ma il problema è che io non mi sento cittadino solo quando mi metto a tavola e mangio o quando mi alzo la mattina e mi vesto. Io mi sento cittadino anche, e soprattutto, quando ho la possibilità di entrare in una libreria e comprare un libro che serve a formare la mia opinione, cosa che mi rende un buon cittadino. Quando posso andare al cinema, al teatro, ad una mostra. La cultura non sarà un bene primario. Spesso ci sentiamo ripetere che con la cultura non si mangia. Eppure vorrei trovare qualcosa che possa formare un cittadino meglio della cultura. Mi sembra paradossale che un reddito di cittadinanza non tenga conto di questo fatto, come pare potrebbe avvenire. Come se, appunto, comprare un libro o andare a teatro sia un vezzo. Più che un reddito di cittadinanza, dunque, questa misura sarebbe più una carità. Legittima. Importante in molti casi. Ma pur sempre una carità.
Trovo anche sbagliato che non si possano comprare smartphone o computer. E mi sembra paradossale che a negarlo sia una forza politica che, a più riprese, parla della democrazia digitale che spazzerà via ciò a cui siamo abituati. Forse in molti di questi due strumenti fanno un uso sbagliato e monco. Ma smartphone e pc sono due elementi irrinunciabili oggi. Per studiare, lavorare, formarsi, informarsi. Anche queste sono cose che aiutano a formare un cittadino e a liberarlo dal, cosiddetto, assistenzialismo statale.
E sono fondamentali ancor di più perché chi percepisce il reddito di cittadinanza sarà obbligato a seguire dei corsi di formazione. Ma saranno corsi di formazione da estetista, idraulico, manovale, parrucchiere o potranno essere anche da contabile o da grafico, ad esempio? Perché per fare questi ultimi due probabilmente un computer servirà e forse il reddito potrebbe servire a comprarlo.

In generale mi pare si sia tornati ad un’idea di povero tipica della prima modernità dove queste erano considerate persone “non meritevoli” e dunque da controllare. Prima ciò avveniva nelle workhouse, ora avviene attraverso un controllo serrato della Guardia di Finanza sulle spese che si fanno e con la promessa di pene carcerarie fino a 6 anni.

Ci sono poi due altri aspetti che trovo assurdi. Il primo sta nel fatto che se percepisci il reddito dovrai svolgere lavori di pubblica utilità. Anche in questo caso mi pare che ci sia un’idea di disoccupazione sbagliata. Come se questa fosse una colpa individuale o una scelta dettata dalla voglia di stare tutto il giorno sul divano e non una responsabilità che interroga da vicino le politiche economiche di uno Stato. Il secondo elemento riguarda invece il fatto che qualsiasi lavoro ti verrà offerto dovrai accettarlo (o non potrai comunque rifiutarlo più di tre volte) pena la perdita del sussidio.
Questi due aspetti mi sembrano collegati e riprendono in parte anche la questione che affrontavo all’inizio nella contrapposizione reddito vs. lavoro.

Perché una persona con un livello di formazione medio/alto a livello universitario dovrebbe accettare di svolgere un lavoro socialmente utile, o un qualsiasi lavoro che ti venga offerto, anche se totalmente dequalificanti rispetto alla propria preparazione?

Come dicevo per me lo Stato dovrebbe creare le condizioni per cui quella persona non possa fare il lavoro per cui si è formata. Se non proprio il marxista “ognuno secondo le sue capacità a ognuno secondo i suoi bisogni”, qualcosa che comunque ci si avvicini. Capisco da me che non tutti riusciranno a trovare una professione che sia in linea con le sue aspettative, le sue capacità, i suoi bisogno. Conosco persone laureate, con master, che hanno lavori dequalificati. So che però questa è stata una loro libera scelta, dovuto ad un insieme di fattori personali, e non un’imposizione.

Il reddito minimo garantito di cui all’inizio, nei dibattiti che si facevano, era uno strumento che si pensava per sottrarre le persone al circolo vizioso dell’attuale congiuntura economica, alla necessità di accettare un qualsiasi lavoro, ancor più se demanzionato e sottopagato. Il reddito di cittadinanza diventa invece uno strumento per costringerti ad accettare questi lavori. Anche se certo, una scelta c’è, puoi rinunciarci.

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Etica e odio verso i vegani. Quattro risposte

Qualche giorno fa sono stato intervistato da Vice. La domanda di fondo era: “Perché i vegani scatenano ogni volta tutto questo odio?”. Lo hanno chiesto a quattro di noi e uno, per l’appunto, ero io. L’articolo è qui, ma visto che per ovvie necessità giornalistiche sono dovute essere tagliate, di seguito le mie quattro risposte.

Disclaimer. Sono sgrammaticate così come lo erano nell’originale. Risposte scritte, ma scritte come se fossero parlate.

Da quanti anni sei vegano e perché hai deciso di diventarlo?
Sono diventato vegetariano oltre cinque anni fa, mentre da circa un anno e mezzo sono vegano. Da sempre sentivo una qualche forma di ingiustizia nel mangiare carne, tuttavia piuttosto che affrontarla e attivare quel percorso di “autocoscienza” per usare un termine del femminismo, ho preferito sempre non pensarci. A mettermi davanti a quella che ore considero una mia contraddizione è stato il trovare e prendere un gatto che mi ha spinto a pensare all’empatia che si prova verso loro e che loro provano verso te e di conseguenza al diritto di vivere di un animale. Ma la spinta decisiva è arrivata da un libro, “Se niente importa” di Safran Foer che sa descrivere, con la capacità propria di un grande narratore, il mondo dello sfruttamento animale ponendosi tuttavia come una riflessione personale che riguarda una scelta propria e i motivi che la hanno provocata, senza volontà “convertitoria”. Uno stile che è anche il mio.

Perché, secondo te, ogni volta che si parla di vegani – o dieta vegana – in Italia si scatena un putiferio?
Questa è una bella domanda a cui mi viene difficile però dare una risposta. Penso che i vegani portino in sé un’alterità che mette davvero in discussione alcuni punti fermi nella vita delle persone. Il cibo infatti, oltre ad essere una necessità, è anche un elemento fondante di culture (personali e collettive) e tradizioni. La nostra cultura e la nostra tradizione, inutile negarlo, sono costruite anche sul mangiare animali. I vegani in questo sono un elemento di rottura. In più credo che in parte possa dipendere anche dal fatto che il vegano possa rappresentare un’irruzione nella propria vita soprattutto per quanto riguarda il percorso di autocoscienza di cui parlavo in precedenza. Spesso incontrarne uno ti costringe a porti delle domande che non avresti voluto farti o che avresti ignorato volentieri e a pensare al fatto se sia o meno giusto il tuo modo di alimentarti. Spesso è normale – e accade anche in altri terreni che riguardano le minoranze, dai migranti, agli omosessuali – che per respingere questa alterità e dissonanza si cerchino risposte negatorie che consentano di affermare la propria persona. In questo non vedo differenza tra il bambino ricoverato per la dieta vegana o il migrante che stupra, né vedo differenza nel modo di trattare la notizia da parte di molti media.

Da dove pensi che derivi tutto questo odio?
Credo di aver risposto in buona parte nella domanda precedente.

Una delle accuse più ricorrenti è che diventare vegano sia una “moda”, o un vezzo da hipster. È così?
Come tutti i fenomeni sociali potrebbero sicuramente esserci anche persone che decidano di diventarlo per “moda”. Tuttavia credo che anche il dire “è una moda” sia semplicemente un’altra delle modalità negazioniste dell’identità altera. Dire che una cosa è un vezzo significa non dover avere necessità di approfondirlo. “Sono cose da giovani, poi passeranno”. Frase che tutti abbiamo sentito dire mille volte sui più svariati argomenti, ben sapendo che dietro si celava una semplificazione e un mancata voglia (o capacità) di ragionare sulle reali motivazioni da cui scaturiscono.

Dall’altro lato, c’è chi considera il veganismo una forma di estremismo politico – di qui l’espressione “nazi-vegani”. Cosa ne pensi?
Anche su questo torno al parallelo tra vegano e migrante. Categorizzare un individuo per un suo status può essere comodo, funzionale, può segnare semplicemente ignoranza, spesso malafede. I vegani sono accomunati da una scelta alimentare, poi tra loro trovi quelli di sinistra, di destra, i giustizialisti, i razzisti, ecc. Personalmente il mio essere vegano è una conseguenza dell’essere innanzitutto antispecista. L’antispecismo politico parte dal presupposto che quello animali sia uno sfruttamento che parte da una posizione di dominio, in questo caso di una specie (quella umana) su un’altra (quella animale). Ma vive di interconnessioni, perché di sfruttamento se ne può rintracciare ovunque, per ultimo proprio nel mondo dei migranti a cui ho già fatto riferimento più volte. Se sono vegano è quindi con ogni probabilità anche perché sono di sinistra e perché mi occupo di diritti umani. In questo senso di certo un “nazi-vegano” non ha nulla da spartire con me.

Secondo te, come si può conciliare la tua scelta in un mondo in cui – per vari motivi – non si può essere completamente vegani?
Innanzitutto ritengo che essere completamente vegani sia assolutamente possibile. Per il resto potrei risponderti attraverso una frase di Martin Luther King che in un’occasione disse “prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare, a volte bisogna prendere una decisione semplicemente perché la coscienza dice che è giusta”. Proprio partendo da questa frase ritengo che questa sia innanzitutto una scelta personale che quindi deve conciliarsi con il proprio mondo e il proprio modo di vivere. Una scelta assolutamente possibile da compiere senza difficoltà. Da qui si parte per confrontarsi con il mondo esterno dove certamente ci si ritrova a fare i conti con il fatto di essere una piccola minoranza e dove, credo, la cosa principale che si possa fare è creare consapevolezza affinché più persone possibile possano fermarsi a riflettere sulla fatto che la loro scelta sia giusta.

Pensi che la dieta vegana sia più etica e responsabile di altre?
Ovviamente, personalmente, ritengo di sì. Tuttavia poi bisogna fare i conti con l’etica e sul fatto che accanto ad un’etica sociale condivisa (o che dovrebbe essere condivisa) poi c’è sempre un’etica personale. Ritengo che la possibilità di una donna di abortire sia etico? Certamente sì. Poi c’è chi la pensa diversamente. Lo stesso vale nell’alimentazione e sul fatto di mangiare o meno animali. Prima di fare questa scelta ho mangiato carne e pesce per 29 anni, con amici vegetariani che provavano a convincermi (nei modi sbagliati evidentemente) che questo non era corretto. Il salto, come dicevo all’inizio, è stato dovuto ad una presa di coscienza individuale. La mia etica è cambiata. Ma perché accanto a questa c’è stata anche una presa di coscienza politica e ambientale (l’antispecismo appunto). Quindi sì, ritengo che essere vegano sia eticamente più giusto che essere onnivoro, ma credo anche che farne un discorso di sola etica non sia una strategia vincente.

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Aiutiamoli a casa loro. Cronaca di una cartolina social

Ad un certo punto di una giornata qualsiasi sulla pagina ufficiale del Partito Democratico spunta una cartolina. Dopo poco viene tolta ma evidentemente, più di qualcuno tra quelli iscritti alla pagina fa in tempo a salvarla.

Si scopre più tardi che è un estratto (fedele) del nuovo libro di Matteo Renzi.

Monta la polemica, come è comprensibile, alla quale lo stesso segretario del PD risponde su facebook. Voleva fare un discorso serio sui social, la gente non ha capito e – senza leggere – ha preferito fare polemica.

Tuttavia la frase ricorda troppo le posizioni di un altro Matteo (Salvini) e pensare che siano gli altri a non aver capito sembra anche un po’ arrogante come discorso. Tant’è che l’altro Matteo, che di queste posizioni fa il suo stesso essere in politica non perde l’occasione e dopo poco sui suoi social e su quelli di Lega Nord e Noi con Salvini appare quest’altra cartolina.

Un po’ in ritardo e con meno brillantezza anche Forza Italia prova ad intestarsi la primogenitura dell’orrendo e insopportabile “aiutiamoli a casa loro”.

Forse saremo noi a non aver capito, ma quando chi si dichiara di sinistra (o centro-sinistra) rinuncia a capire le ragioni di fondo di un fenomeno e smette di affrontarlo nella sua complessità, tacciando chi prova a farlo di buonismo (parola usata da Renzi in diverse interviste degli ultimi giorni, ma prima di lui usata a destra), smette di essere sinistra (o qualsiasi cosa a quell’idea possa avvicinarsi) e perde anche di vista lo stato di diritto e i diritti umani, su cui si fonda l’accoglienza dei migranti.

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Davvero è sempre un dovere fare l’abbonamento dei mezzi?

Da qualche tempo chiunque utilizzi i mezzi pubblici a Roma si sarà certamente imbattuto nella pubblicità Atac dove Francesco Pannofino invita a fare l’abbonamento. “Certo che se continuiamo così le cose non cambieranno mai” dice una ragazza nello spot.
Ma davvero è sempre un dovere fare l’abbonamento dei mezzi?  

Personalmente utilizzo mezzi pubblici dal 2002 – con un intervallo importante tra il 2006 e il 2011 – quasi quotidianamente. Prima era il treno Pomezia-Roma, con un’aggiunta di autobus e/o metro. Da quasi due anni al treno si è sostituito il trenino Roma-Lido.

Da sempre mi abbono. Solo durante l’università praticai una doverosa autoriduzione. Doverosa poiché gli studenti che stipulavano l’abbonamento (mensile) solo per Roma avevano una riduzione loro dedicata. Chi invece viveva in provincia – e quindi necessitava di una tessera per due zone – questa riduzione non la aveva. Per noi c’era un abbonamento agevolato che copriva l’anno scolastico – da settembre a giugno. Tuttavia questa era una soluzione comunque troppo onerosa poiché non teneva conto che gli studenti universitari nei mesi di gennaio e febbraio (ovvero in prossimità degli esami) spesso si recano molto poco a Roma e, di conseguenza, in quei mesi non si abbonano. Perché non ci fosse una soluzione mensile agevolata resterà uno dei grandi misteri irrisolti.
La soluzione per compensare a questa disparità incomprensibile era semplice. All’epoca l’abbonamento era in carta e ci si doveva scrivere sopra il mese a penna. Se lo si comprava ad uno sportello Atac il dipendente lo scriveva, se invece lo si acquistava da un qualsiasi tabaccaio alla stazione Termini di certo a questi non importava di perdere tempo a chiederti se era per il mese in corso e a scriverlo. Morale, si aveva un abbonamento in bianco che con la dovuta attenzione e l’uso di una replay poteva essere utilizzato tranquillamente per due mesi.
Come dicevo, una doverosa autoriduzione.

Fatto salvo quel periodo (e finita la mia vita da studente) ho cominciato ad acquistare l’abbonamento a prezzo pieno. Quando utilizzavo il treno da Pomezia di 404 € (per due zone, Roma e la prima cintura della provincia), ora da 250 € (per la sola Roma).

In questi lunghi anni ne ho viste davvero di tutti i colori.
Che per chi usa così tanto i mezzi pubblici viene da pensare possa essere normale. E forse lo sarebbe, ma non quando di tutti i colori è la normalità.
Ogni giorno infatti si fanno i conti con ritardi, con treni e autobus sporchi e vecchi, freddissimi di inverno e caldissimi d’estate perché senza riscaldamento e aria condizionata. Mezzi così pieni che ti viene da pensare se qualcuno, nella sua perversione, abbia contato i minuti di attesa necessari affinché un marciapiede si riempia di persone da stipare poi in un vagone/autobus. Molti avranno presente l’immagine costante di persone che provano ad accalcarsi sperando che la chiusura delle porte li spinga dentro.
Perché non sfruttare fino all’ultimo centimetro cubo si sarà davvero domandato qualcuno?
Poi ci sono le cancellazioni, i mezzi dove mi è capitato dentro piovesse. I vagoni dei treni dove non funzionavano le luci…
Questo un breve elenco di cose con cui ogni giorno combatto, affidando ad Atac un discreto pezzo delle mie giornate, circa 3 ore al giorno 5 giorni alla settimana.

È dunque sempre giusto pagare l’abbonamento quando sai che per 250 € ti sei aggiudicato un anno di disservizi?

“Certo che se continuiamo così le cose non cambieranno mai”. Non lo dice solo la pubblicità, spesso me lo sono sentito ripetere da diverse persone: “se non ti abboni o non fai il biglietto dove si prendono i soldi per migliorare il servizio”.
Nell’ultimo periodo la mia pratica sportiva è piuttosto inesistente ma fino ad un paio di anni fa la piscina era una costante. La casa dove vivevo ne aveva una proprio sotto casa. Se il mio palazzo avesse avuto un portone sul retro a non più di tre metri. Il portone solo sul davanti invece la allontanava fino a 50-60 metri. C’ero già stato diversi anni prima e non mi piaceva. Poche corsie, troppi corsi, troppe persone rispetto agli spazi, poco spazio per il nuoto libero. Decisi così di andare da un’altra parte a circa 3 km da casa – cosa che mi costringeva anche a prendere la macchina.
Se qualcuno alla piscina sotto casa mi avesse detto, “dai, iscriviti, con i soldi del tuo abbonamento miglioreremo i servizi” sono certo avrei risposto “migliorate i servizi e vi prometto che farò l’abbonamento”.

Perché in fin dei conti la questione è questa, si può chiedere a qualcuno di comprare un servizio quando quel servizio non esiste o è fatto male?

Quando sai che quei 5 minuti in più che aspetti la metro, quel treno che viene cancellato, quell’autobus che non passa e con la paletta (o la app) che lo danno a 20 minuti da te, stanno togliendo tempo alla tua vita.
Perché alla fine è questo. Quando ogni mese hai perso una-due ore in disservizi vari, sono una-due che hai tolto alla tua vita, una-due ore che potevi usare per dormire, stare sul divano a non fare niente, stare con la tua compagna, con i tuoi figli… e invece sono una-due ore di cui la compagnia di trasporto pubblico ti ha derubato.

Dunque, torniamo alla domanda originaria, è davvero sempre un dovere pagare l’abbonamento?

P.S. per chi è arrivato fino a qui. Questo post è stato scritto il 20 aprile, di getto, sul trenino dopo che arrivato a Piramide/Porta San Paolo sono stato accolto dalla scritta che mi avvisava della cancellazione del treno e dalla folla sul marciapiede. Tuttavia avevo pensato di farlo morire come una riflessione solo per me.
A convincermi a pubblicarlo sono stati i continui ritardi. Le metro che passano ogni 6 minuti. Per ultimo il trenino che sarebbe dovuto partire alle 18.00 di ieri ma alle 18.05 ancora non era arrivato quello che poi sarebbe dovuto ripartire.

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Prima di dirti addio, dove il bene è la faccia più pulita del male

cover_9788866327844_1641_600Ogni anno, tra gli appuntamenti irrinunciabili, c’è quello di “Più libri, più liberi”, Fiera della Piccola e Media editoria che si tiene a Roma agli inizi di dicembre.
Uno dei motivi per cui è diventato irrinunciabile questo appuntamento è il fatto di poter fare due chiacchiere in tranquillità – mai troppa in realtà, il rischio di monopolizzare è sempre lì dietro l’angolo – con Massimo (Carlotto) e Piergiorgio (Pulixi). Questa Fiera è una delle purtroppo poche occasioni. Anche la scorsa edizione non ha fatto differenza.

Anche se più del solito, un po’ Piergiorgio lo ho monopolizzato. Cercando uno stand che gli era stato consigliato abbiamo potuto fare due chiacchiere sul suo ultimo (all’epoca, ore penultimo) libro, Per Sempre. Gli ho confidato che mai mi era accaduto di svegliarmi una notte – e diverse settimane dopo averlo finito – con in testa una scena da lui raccontata. I libri di Piergiorgio sono così, vivi, come le immagini che la sua scrittura restituisce. A questa mia confidenza mi ha raccontato di essersi posto il problema della violenza nei suoi libri, uno dei motivi che lo stavano spingendo a chiudere con la saga di Biagio Mazzeo.
Siamo poi finiti a parlare di altri scrittori, soffermandoci su Don Winlsow e sul suo Il Cartello. Lui lo aveva già letto, io ero in corso d’opera. Gli dissi che, finalmente, era tornato il Winslow che amavo, dopo opere per lui senza dubbio non all’altezza. Ricordo la risposta di Piergiorgio che faceva su per giù così “questo è il suo lavoro, quando deve fare ricerca, mettere insieme fonti e documenti, i risultati si vedono”. Sì, forse le parole usate non erano proprio queste – mi perdonerà il virgolettato – ma il senso lo era.

Tutta questa larga premessa per dire che leggendo il suo ultimo libro, Prima di dirti addio, ho più volte pensato a questa frase. Di libro in libro ho pensato alla crescita di Piergiorgio come scrittore. Una brutta storia era un incoraggiante inizio, La Notte delle Pantere la conferma. Per sempre il libro di cui si ha paura, il rischio di una saga è farla cadere nella banalità, nel ripetitivo. Invece l’esame fu superato alla grande. Prima di dirti addio è qualcosa che ti lascia pensare a quanto abbia davanti a se Pulixi (qui val la pena usare il cognome perché la dinamica personale si trasforma in qualcosa di molto più ampio, dal Piergiorgio amico si passa al Pulixi scrittore). Ho pensato alla frase che mi disse su Don Winslow perché lui fa la stessa cosa, una cosa che nei precedenti libri non era così evidente e forse neanche troppo presente. Fa ricerca, mette insieme fonti, documenti. Usa un romanzo per raccontare la realtà, quella del traffico di droga e di armi, della criminalità organizzata e del terrorismo, delle banche e dei governi. Per raccontare i loro legami.
Il libro si apre con un leaks, un leak in cui anche io mi imbattei non molti mesi fa nello scrivere uno dei tanti approfondimenti per la campagna sulle droghe (Non me la spacci giusta) che l’organizzazione per cui lavoro ha promosso. E prosegue. Prosegue lungo i tentacoli che quel leak nasconde e che numerose indagini e ammissioni hanno svelato.
Biagio Mazzeo non è più un poliziotto confinato nella sua Giungla. Ora si scontra con una realtà che va oltre alla sua più fervida immaginazione. Una guerra, globale, dove il confine tra bene e male è sempre più sfumato. E se un bene esiste in questa storia, non è che la faccia migliore del male stesso.
Prima di dirti addio è un romanzo che interroga perché racconta di un mondo che viviamo ogni giorno. Fa inchiesta. Esalta la potenza della scrittura. Arrivare a questi punti non è facile. E non è facile farlo senza retorica, banalità, forzature.

Diciamo addio a Biagio Mazzeo e alle pantere convinti che prime di dire addio a Piergiorgio Pulixi ce ne passerà…

Prima di dirti addio – Piergiorgio Pulixi – pp. 320 – 18 €

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