Aiutiamoli a casa loro. Cronaca di una cartolina social

Ad un certo punto di una giornata qualsiasi sulla pagina ufficiale del Partito Democratico spunta una cartolina. Dopo poco viene tolta ma evidentemente, più di qualcuno tra quelli iscritti alla pagina fa in tempo a salvarla.

Si scopre più tardi che è un estratto (fedele) del nuovo libro di Matteo Renzi.

Monta la polemica, come è comprensibile, alla quale lo stesso segretario del PD risponde su facebook. Voleva fare un discorso serio sui social, la gente non ha capito e – senza leggere – ha preferito fare polemica.

Tuttavia la frase ricorda troppo le posizioni di un altro Matteo (Salvini) e pensare che siano gli altri a non aver capito sembra anche un po’ arrogante come discorso. Tant’è che l’altro Matteo, che di queste posizioni fa il suo stesso essere in politica non perde l’occasione e dopo poco sui suoi social e su quelli di Lega Nord e Noi con Salvini appare quest’altra cartolina.

Un po’ in ritardo e con meno brillantezza anche Forza Italia prova ad intestarsi la primogenitura dell’orrendo e insopportabile “aiutiamoli a casa loro”.

Forse saremo noi a non aver capito, ma quando chi si dichiara di sinistra (o centro-sinistra) rinuncia a capire le ragioni di fondo di un fenomeno e smette di affrontarlo nella sua complessità, tacciando chi prova a farlo di buonismo (parola usata da Renzi in diverse interviste degli ultimi giorni, ma prima di lui usata a destra), smette di essere sinistra (o qualsiasi cosa a quell’idea possa avvicinarsi) e perde anche di vista lo stato di diritto e i diritti umani, su cui si fonda l’accoglienza dei migranti.

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Davvero è sempre un dovere fare l’abbonamento dei mezzi?

Da qualche tempo chiunque utilizzi i mezzi pubblici a Roma si sarà certamente imbattuto nella pubblicità Atac dove Francesco Pannofino invita a fare l’abbonamento. “Certo che se continuiamo così le cose non cambieranno mai” dice una ragazza nello spot.
Ma davvero è sempre un dovere fare l’abbonamento dei mezzi?  

Personalmente utilizzo mezzi pubblici dal 2002 – con un intervallo importante tra il 2006 e il 2011 – quasi quotidianamente. Prima era il treno Pomezia-Roma, con un’aggiunta di autobus e/o metro. Da quasi due anni al treno si è sostituito il trenino Roma-Lido.

Da sempre mi abbono. Solo durante l’università praticai una doverosa autoriduzione. Doverosa poiché gli studenti che stipulavano l’abbonamento (mensile) solo per Roma avevano una riduzione loro dedicata. Chi invece viveva in provincia – e quindi necessitava di una tessera per due zone – questa riduzione non la aveva. Per noi c’era un abbonamento agevolato che copriva l’anno scolastico – da settembre a giugno. Tuttavia questa era una soluzione comunque troppo onerosa poiché non teneva conto che gli studenti universitari nei mesi di gennaio e febbraio (ovvero in prossimità degli esami) spesso si recano molto poco a Roma e, di conseguenza, in quei mesi non si abbonano. Perché non ci fosse una soluzione mensile agevolata resterà uno dei grandi misteri irrisolti.
La soluzione per compensare a questa disparità incomprensibile era semplice. All’epoca l’abbonamento era in carta e ci si doveva scrivere sopra il mese a penna. Se lo si comprava ad uno sportello Atac il dipendente lo scriveva, se invece lo si acquistava da un qualsiasi tabaccaio alla stazione Termini di certo a questi non importava di perdere tempo a chiederti se era per il mese in corso e a scriverlo. Morale, si aveva un abbonamento in bianco che con la dovuta attenzione e l’uso di una replay poteva essere utilizzato tranquillamente per due mesi.
Come dicevo, una doverosa autoriduzione.

Fatto salvo quel periodo (e finita la mia vita da studente) ho cominciato ad acquistare l’abbonamento a prezzo pieno. Quando utilizzavo il treno da Pomezia di 404 € (per due zone, Roma e la prima cintura della provincia), ora da 250 € (per la sola Roma).

In questi lunghi anni ne ho viste davvero di tutti i colori.
Che per chi usa così tanto i mezzi pubblici viene da pensare possa essere normale. E forse lo sarebbe, ma non quando di tutti i colori è la normalità.
Ogni giorno infatti si fanno i conti con ritardi, con treni e autobus sporchi e vecchi, freddissimi di inverno e caldissimi d’estate perché senza riscaldamento e aria condizionata. Mezzi così pieni che ti viene da pensare se qualcuno, nella sua perversione, abbia contato i minuti di attesa necessari affinché un marciapiede si riempia di persone da stipare poi in un vagone/autobus. Molti avranno presente l’immagine costante di persone che provano ad accalcarsi sperando che la chiusura delle porte li spinga dentro.
Perché non sfruttare fino all’ultimo centimetro cubo si sarà davvero domandato qualcuno?
Poi ci sono le cancellazioni, i mezzi dove mi è capitato dentro piovesse. I vagoni dei treni dove non funzionavano le luci…
Questo un breve elenco di cose con cui ogni giorno combatto, affidando ad Atac un discreto pezzo delle mie giornate, circa 3 ore al giorno 5 giorni alla settimana.

È dunque sempre giusto pagare l’abbonamento quando sai che per 250 € ti sei aggiudicato un anno di disservizi?

“Certo che se continuiamo così le cose non cambieranno mai”. Non lo dice solo la pubblicità, spesso me lo sono sentito ripetere da diverse persone: “se non ti abboni o non fai il biglietto dove si prendono i soldi per migliorare il servizio”.
Nell’ultimo periodo la mia pratica sportiva è piuttosto inesistente ma fino ad un paio di anni fa la piscina era una costante. La casa dove vivevo ne aveva una proprio sotto casa. Se il mio palazzo avesse avuto un portone sul retro a non più di tre metri. Il portone solo sul davanti invece la allontanava fino a 50-60 metri. C’ero già stato diversi anni prima e non mi piaceva. Poche corsie, troppi corsi, troppe persone rispetto agli spazi, poco spazio per il nuoto libero. Decisi così di andare da un’altra parte a circa 3 km da casa – cosa che mi costringeva anche a prendere la macchina.
Se qualcuno alla piscina sotto casa mi avesse detto, “dai, iscriviti, con i soldi del tuo abbonamento miglioreremo i servizi” sono certo avrei risposto “migliorate i servizi e vi prometto che farò l’abbonamento”.

Perché in fin dei conti la questione è questa, si può chiedere a qualcuno di comprare un servizio quando quel servizio non esiste o è fatto male?

Quando sai che quei 5 minuti in più che aspetti la metro, quel treno che viene cancellato, quell’autobus che non passa e con la paletta (o la app) che lo danno a 20 minuti da te, stanno togliendo tempo alla tua vita.
Perché alla fine è questo. Quando ogni mese hai perso una-due ore in disservizi vari, sono una-due che hai tolto alla tua vita, una-due ore che potevi usare per dormire, stare sul divano a non fare niente, stare con la tua compagna, con i tuoi figli… e invece sono una-due ore di cui la compagnia di trasporto pubblico ti ha derubato.

Dunque, torniamo alla domanda originaria, è davvero sempre un dovere pagare l’abbonamento?

P.S. per chi è arrivato fino a qui. Questo post è stato scritto il 20 aprile, di getto, sul trenino dopo che arrivato a Piramide/Porta San Paolo sono stato accolto dalla scritta che mi avvisava della cancellazione del treno e dalla folla sul marciapiede. Tuttavia avevo pensato di farlo morire come una riflessione solo per me.
A convincermi a pubblicarlo sono stati i continui ritardi. Le metro che passano ogni 6 minuti. Per ultimo il trenino che sarebbe dovuto partire alle 18.00 di ieri ma alle 18.05 ancora non era arrivato quello che poi sarebbe dovuto ripartire.

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Prima di dirti addio, dove il bene è la faccia più pulita del male

cover_9788866327844_1641_600Ogni anno, tra gli appuntamenti irrinunciabili, c’è quello di “Più libri, più liberi”, Fiera della Piccola e Media editoria che si tiene a Roma agli inizi di dicembre.
Uno dei motivi per cui è diventato irrinunciabile questo appuntamento è il fatto di poter fare due chiacchiere in tranquillità – mai troppa in realtà, il rischio di monopolizzare è sempre lì dietro l’angolo – con Massimo (Carlotto) e Piergiorgio (Pulixi). Questa Fiera è una delle purtroppo poche occasioni. Anche la scorsa edizione non ha fatto differenza.

Anche se più del solito, un po’ Piergiorgio lo ho monopolizzato. Cercando uno stand che gli era stato consigliato abbiamo potuto fare due chiacchiere sul suo ultimo (all’epoca, ore penultimo) libro, Per Sempre. Gli ho confidato che mai mi era accaduto di svegliarmi una notte – e diverse settimane dopo averlo finito – con in testa una scena da lui raccontata. I libri di Piergiorgio sono così, vivi, come le immagini che la sua scrittura restituisce. A questa mia confidenza mi ha raccontato di essersi posto il problema della violenza nei suoi libri, uno dei motivi che lo stavano spingendo a chiudere con la saga di Biagio Mazzeo.
Siamo poi finiti a parlare di altri scrittori, soffermandoci su Don Winlsow e sul suo Il Cartello. Lui lo aveva già letto, io ero in corso d’opera. Gli dissi che, finalmente, era tornato il Winslow che amavo, dopo opere per lui senza dubbio non all’altezza. Ricordo la risposta di Piergiorgio che faceva su per giù così “questo è il suo lavoro, quando deve fare ricerca, mettere insieme fonti e documenti, i risultati si vedono”. Sì, forse le parole usate non erano proprio queste – mi perdonerà il virgolettato – ma il senso lo era.

Tutta questa larga premessa per dire che leggendo il suo ultimo libro, Prima di dirti addio, ho più volte pensato a questa frase. Di libro in libro ho pensato alla crescita di Piergiorgio come scrittore. Una brutta storia era un incoraggiante inizio, La Notte delle Pantere la conferma. Per sempre il libro di cui si ha paura, il rischio di una saga è farla cadere nella banalità, nel ripetitivo. Invece l’esame fu superato alla grande. Prima di dirti addio è qualcosa che ti lascia pensare a quanto abbia davanti a se Pulixi (qui val la pena usare il cognome perché la dinamica personale si trasforma in qualcosa di molto più ampio, dal Piergiorgio amico si passa al Pulixi scrittore). Ho pensato alla frase che mi disse su Don Winslow perché lui fa la stessa cosa, una cosa che nei precedenti libri non era così evidente e forse neanche troppo presente. Fa ricerca, mette insieme fonti, documenti. Usa un romanzo per raccontare la realtà, quella del traffico di droga e di armi, della criminalità organizzata e del terrorismo, delle banche e dei governi. Per raccontare i loro legami.
Il libro si apre con un leaks, un leak in cui anche io mi imbattei non molti mesi fa nello scrivere uno dei tanti approfondimenti per la campagna sulle droghe (Non me la spacci giusta) che l’organizzazione per cui lavoro ha promosso. E prosegue. Prosegue lungo i tentacoli che quel leak nasconde e che numerose indagini e ammissioni hanno svelato.
Biagio Mazzeo non è più un poliziotto confinato nella sua Giungla. Ora si scontra con una realtà che va oltre alla sua più fervida immaginazione. Una guerra, globale, dove il confine tra bene e male è sempre più sfumato. E se un bene esiste in questa storia, non è che la faccia migliore del male stesso.
Prima di dirti addio è un romanzo che interroga perché racconta di un mondo che viviamo ogni giorno. Fa inchiesta. Esalta la potenza della scrittura. Arrivare a questi punti non è facile. E non è facile farlo senza retorica, banalità, forzature.

Diciamo addio a Biagio Mazzeo e alle pantere convinti che prime di dire addio a Piergiorgio Pulixi ce ne passerà…

Prima di dirti addio – Piergiorgio Pulixi – pp. 320 – 18 €

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QUALE BUONA STRADA?

Ancora una volta questo blog (e la persona che la gestisce, cioè io, aderiscono nel loro piccolo a questa campagna).

Ci sono notizie che non vorremmo mai leggere: il 26 marzo un gruppo di 3 ciclisti è stato investito da un’auto appena fuori Roma. Uno di loro ha perso la vita e altri due sono stati feriti.

Il 7 Aprile la stessa dinamica ha coinvolto un altro gruppo di ciclisti al Lido di Venezia, anche questa volta il risultato è di un morto e un ricoverato in gravissime condizioni.

Di fronte a questo tipo di notizie è difficile parlare di “tragica fatalità” e viene da porsi invece la domanda: se chi stava guidando non si è accorto di avere innanzi a sé un gruppo di ciclisti, dove stava guardando, invece di guardare la strada?

La risposta ce la fornisce l’ultimo rapporto sull’incidentalità ACI-ISTAT che rileva come il 28% degli incidenti stradali sono causati da alta velocità o da distrazioni alla guida. E la più grande fonte di distrazioni, lo sappiamo, è il cellulare che in ogni momento della giornata richiama la nostra attenzione.

A pagare cara la disattenzione sono come al solito i più deboli: nel corso dell’ultimo anno 273 ciclisti hanno perso la vita sulle strade italiane (+8,8%), a questi bisogna aggiungere 62 bambini uccisi e 12.217 bambini feriti nella fascia di età tra gli 0 e i 14 anni, con un aumento spaventoso del 27,3% per la fascia di età tra i 5 e i 9 anni.

Dal 2008 al 2014 oggi sono 456 i bambini che hanno perso la vita a causa di incidenti stradali nell’indifferenza della politica.

Questa situazione è inaccettabile per qualunque cittadino dotato di buon senso, tanto più se si pensa che la legge delega con le modifiche al codice della strada (che contiene diverse norme per la tutela dei più deboli) è ferma da oltre un anno e mezzo in attesa di discussione in Senato.

È per questo motivo che chiediamo:

  1. che la legge delega con le modifiche al codice della strada venga discussa e approvata al più presto;
  2. che il Governo si impegni a realizzare una campagna di comunicazione su tutti i media per spiegare agli Italiani che l’uso dell’automobile è incompatibile con l’uso del telefono cellulare.

Ci sono riforme che non possono più aspettare perché ogni giorno che passa è una vita persa nell’attesa della Buona Strada.

Nessuno di noi può più aspettare.

Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questo post attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito, attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #qualebuonastrada e, ovviamente, inviandola via mail a:

  • Presidente del Consiglio, Matteo Renzi: presidente@pec.governo.it
  • Ministro dei Trasporti, Graziano Delrio: segreteria.ministro@pec.mit.gov.it
  • Presidente del Senato, Pietro Grasso: pietro.grasso@senato.it
  • Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini: laura.boldrini@camera.it

Campagna promossa da:

Bikeitalia.it
Lifeintravel.it
Viagginbici.com
Cyclinside.it
Bicilive.it – Urban.bicilive.it
Rivista BC
Ciclismo.it
Bikelive.it
MTB-mag.com
BDC-mag.com
Bike Channel
Tuttobici Web

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La guerra di Porta a Porta a favore del dominio

Porta a Porta. Bruno Vespa.

Puntata dedicata alle diete: “La guerra dei vegani contro l’agnello”.
Puntata dedicata al femminicidio: “La guerra delle donne contro gli uomini”.
Puntata dedicata al razzismo: “La guerra dei neri contro i bianchi”.
Puntata dedicata all’omofobia: “La guerra dei gay contro gli eterosessuali”.

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In realtà solo la prima di queste quattro frasi è vera. Ma tutte potrebbero esserlo.
Perché il titolo della trasmissione è un titolo che ben chiarisce come ci si approcci ad un certo tema nel discorso pubblico e nella propria dimensione privata. C’è un dominio dietro questo titolo, ed è il dominio dell’uomo maschio, bianco, occidentale, eterosessuale,  onnivoro, in buona salute.
La guerra dei vegani – definizione comunque tanto vaga quanto confusa, essendoci dentro davvero di tutto – non è contro l’agnello, semmai è una guerra per l’agnello. La guerra è contro chi uccide l’agnello. Ma non sorprende di certo che Bruno Vespa non lo sappia. Per lui certo l’agnello non è un essere senziente meritorio di vita. Per lui l’agnello è una merce e come tale deve essere ucciso, dissanguato, smembrato e deve finire in tavola.
Quindi sì, da questo loro punto di vista, la guerra dei vegani è contro l’agnello oggetto, l’agnello feticcio.

E’ la stessa guerra delle donne agli uomini, con la pretesa del diritto di voto o del diritto alla propria autodeterminazione e a decidere del proprio corpo. E’ la stessa guerra di gay/lesbiche alla famiglia tradizionale. Ai bambini con il loro desiderio di paternità/maternità. E’ la stessa guerra dei migranti, con il loro voler venire a “rubare” ricchezze a noi che qui siamo nati. La stessa guerra dei neri contro i bianchi.
Ecco, per tutte queste guerre Bruno Vespa avrebbe potuto intitolare la trasmissione allo stesso modo di come ha fatto su vegani e agnello. Perché ovunque ci sarà un movimento di liberazione, ci sarà anche chi tenta di difendere il dominio, a prescindere dalla forma che esso assuma.

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Il Baobab, l’antiterrorismo all’italiana e il fumo in faccia

Siamo stati diverse volte nei giorni scorsi al Baobab. Ci siamo stato con tanti giornalisti internazionali riunitisi a Roma per il The 19 Million Project. Con loro abbiamo potuto conoscere la grande umanità delle persone ospitate in quel centro. Abbiamo conosciuto i volontari, il loro impegno e toccato con mano l’emozione dei loro racconti, l’emozione che, nel caso di Loredana, si è trasformata anche in qualche lacrima. L’emozione di questi mesi di occhi, visi, storie cui hanno restituito sorrisi e dignità nel disinteresse totale delle istituzioni. Le stesse istituzioni che stanotte hanno bussato con violenza inaudita alla loro porta.
Il 13 novembre abbiamo consegnato uno dei Premi CILD per le libertà civili ai volontari del Baobab. A dieci giorni di distanza possiamo dire che mai scelta è stata più giusta.

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Del Baobab tutti sanno tutto. Tutti sanno ad esempio che, da prima dell’estate, il centro accoglie, da riparo e rifugio a migliaia di migranti. Che ha potuto farlo solo grazie al grande lavoro dei volontari (a proposito, qui il loro comunicato su oggi), alla solidarietà di centinaia di cittadini romani che lì hanno portato vestiti, cibo e tutto ciò che poteva essere utile. Perché le istituzioni, come si diceva, hanno voltato le spalle e, nella migliore delle tradizioni, se ne sono lavate le mani. Del Baobab si sono dimenticate. Fino a stanotte, per lo meno.

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Le armi rinvenute al Baobab, fornite dai cittadini romani complici

Stanotte decine di poliziotti in assetto antisommossa hanno fatto irruzione in quel luogo di accoglienza. Hanno perquisito, schedato e portato via chi è stato trovato senza documenti. Un’operazione antiterrorismo. Eppure non è stata trovate nessun’arma. Non è stato trovato nessun terrorista. Un fallimento che dovrebbe gettare nel panico e nella preoccupazione totale i cittadini. Se questo è il livello della nostra intelligence, non basterà certo il fumo negli occhi di militari armati ad ogni fermata della metro per salvarci. Dovrebbero dimettersi Alfano, il Prefetto di Roma e il Questore. Dovrebbe dimettersi il Commissario Prefettizio di Roma che ha continuato ad ignorare il Baobab come molti degli Amministratori eletti prima di lui.

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E’ qui che i migranti/terroristi del Baobab vogliono colpire!

Dovrebbero dimettersi tutti ma, prima, dovrebbero spiegarci perché al Baobab? Se c’è un dato certo degli attentati a Parigi è che i terroristi erano tutti europei di nazionalità (francesi e belgi). Perché cercare tra migranti appena arrivati, quindi?
Oltretutto le persone accolte al Baobab arrivano soprattutto dalla zona del Corno d’Africa, al di fuori quindi dei centri di reclutamento dell’Isis che sono per lo più in Medio Oriente, Nord Africa e alcuni paesi Europei (Francia, Gran Bretagna e Germania). Dunque di nuovo la domanda, perché loro?

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Due dei capi

Dovrebbero dimettersi per essere colpevoli di aver dato il via alla bagarre. Salvini e i tanti razzisti da tastiera non hanno perso tempo. L’associazione migrante/Baobab – terrorista è passata. Basta leggere i vari commenti in giro per rendersene conto. “Operazione giusta”. “Dobbiamo sapere chi abbiamo in casa”. Tutto appunto con quell’implicito: se abbiamo dei terroristi in Italia, sono loro, nessun altro!

Qualche giorno fa, subito dopo gli attentati di Parigi, scrissi che non erano i terroristi a farmi paura, che morire ci può stare, ma erano i nostri governi. Perché la peggiore delle cose possibili, quello contro cui da sempre mi batto, è la limitazione della libertà.
Dopo quanto accaduto al Baobab ne sono sempre più convinto. Oggi un pezzo di libertà è stata limitata. Ma del resto giusto così, sono solo migranti terroristi…

Le foto le ho scattate io durante una delle visite al centro di cui parlavo all’inizio.

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Pietro Tresso e i tanti Pietro Tresso della nostra storia

Stefano Tassinari manca. Manca perché ha un merito, quello di essere spesso contro ad un sentire – purtroppo – comune. Lo è quando scrive “L’amore degli insorti”, lacerando il velo di ipocrisia (borghese, si direbbe) che cala quando si affronta il discorso lotta armata in Italia. E lo in “Il vento contro”, lacerando il velo di ipocrisia (comunista, si dice) che cala quando si parla di trotzkismo e di orrori.

Eppure parlare apertamente dei propri errori ed orrori è il modo migliore per essere fedeli ad un proprio ideale, alle proprie idee. Certo, non è facile farlo quando chi si cela dietro il velo di ipocrisia è lo stesso che quegli errori ed orrori li ha vissuti in prima persona ed oggi è ancora lì e, quindi, in prima persona dovrebbe ammetterli.
Bisogna sganciarsi ed essere sganciati da tante dinamiche per farlo.

tresso2(3)Leggere “Il vento contro” del Tas aiuta in questo. Aiuta come leggere “Omaggio alla Catalogna” di Orwell. Il fatto che io li abbia letti entrambi a distanza di un mese (e in modo del tutto casuale, non sapendo di cosa parlasse questo libro di Tassinari) credo mi sia servito. E’ vero, sono sganciato da ogni dinamica e forse mi viene più facile. Ma non sono sganciato da quell’idea. Eppure quell’ideale oggi lo sento ancora più mio. Sento ancor di più di appartenere ad una storia comune a tante donne e tanti uomini. Una storia che mi pone a fianco a Pietro Tresso e i tanti Pietro Tresso uccisi da uomini e burocrazie ottuse e rancorose.

“I gesti di spingere i corpi con i piedi fin dentro le fosse rappresenta l’ultima umiliazione riservata a Blasco e Abraham, prima che un metro di terra s’incarichi di nascondere, per tutti gli anni a venire, un atto ignobile e brutale.

Ma solo agli occhi di chi non vuol vedere”.

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