Le rivolte negli Stati Uniti ci indicano la luna, non guardiamo il dito

Chi in questi giorni delle rivolte americane, partite dall’uccisione di George Floyd, guarda solo i negozi distrutti, le auto o alcuni edifici bruciati, sta guardando il dito, mentre queste proteste – e anche questa esplosione di rabbia – ci stanno indicando la luna.

E allora proviamo a guardare la luna.

Tra ieri e oggi facebook mi ha ricordato due post che avevo condiviso qualche anno fa e che riguardavano due fatti di cronaca, accaduti negli Stati Uniti, con vittime persone nere.
Uno è questo: “William Chapman: unarmed 18-year-old shot dead by officer who killed before”. La notizia la condivise il Guardian che per due anni ebbe un progetto investigativo chiamato “the counted“, con il quale teneva il conto delle persone uccise in America dalla polizia, oltre 1.000 ogni anno nei due anni del progetto, dal quale risultò che se sei un nero, maschio, tra i 15 e i 34 anni, hai nove volte in più la possibilità di essere ucciso dalla polizia.
L’altro fatto che facebook mi ha ricordato oggi fu denunciato dall’America Civil Liberties Union. Era questo: A Minneapolis police officer told Faysal, “I’ll break your leg before you get a chance to run.” He was 17.
Minneapolis, la stessa città dove è stato ucciso George Floyd e dove, sempre secondo l’Aclu, un nero ha 13 volte in più di possibilità di essere ucciso dalla polizia.

Durante la pandemia di coronavirus delle ultime settimane i neri sono stati quelli che hanno pagato il prezzo più alto. Pur rappresentando solamente il 27% dei residenti di Milwaukee contavano la metà dei contagiati e l’81% dei morti. E a livello nazionale, pressoché ovunque, i dati erano così.

Insomma, se nel 2020 sei nero, negli Stati Uniti, è più facile che tu sia povero ed escluso socialmente, è più facile che tu non possa curarti non avendo accesso al costosissimo sistema sanitario, è più facile che te venga ucciso dalle forze di polizia.

Quando guardiamo le proteste negli Stati Uniti, dunque, evitiamo di giudicare da buon borghesi e cerchiamo di guardare e di capire fino in fondo (per dirla con De Andrè) da dove nasce quel fiume di rabbia che si riversa nelle strade e contro le cose che la maggior parte dei neri non avranno mai in vita loro.

E’ da stupidi fermarsi al dito quando c’è da guardare la luna.

 

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Uomini e caporali

In questi giorni, da una parte con Antigone e dall’altra come Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (CILD), siamo impegnati su un doppio fronte: la tutela della salute di chi si trova in carcere e la necessaria regolarizzazione di chi lavora nei campi, da anni, senza avere un documento valido per rimanere in Italia (a tal proposito il consiglio sono due dirette on-line che ho avuto il piacere di moderare, su carcere e diritti dei braccianti). Un doppio fronte sul quale si assiste a prese di posizione ideologiche, vendicative, cieche.
Mattia Feltri, nel suo ‘Buongiorno’ pubblicato su La Stampa di ieri (9 maggio 2020), riesce a fotografare al meglio queste “opposizioni”.

Lo riporto qui di seguito, sperando che al giornale nessuno se ne abbia a male (ho aspettato apposta un giorno per evitare di ‘rubare’ lettori).

Uomini e caporali

Alessandro Morelli, leghista di notevole estro, ha detto che è uno sbaglio
regolarizzare gli immigrati impiegati nei campi, in nero e a tre euro l’ora: se
costassero di più, con tanto di implicazioni fiscali, nessuno li assumerebbe e
li ritroveremmo in mezzo a una strada.

L’idea che a zonzo e senza un quattrino danno fastidio, e schiavizzati sono
almeno utili a tirar su l’insalata per la nostra cena è piuttosto condivisa, e sta
ispirando la soluzione del governo, dove sembra prevalere la sana sapienza
dei cinque stelle, i probi, gli onesti, i puri, i portatori dell’incorrotta
semplicità popolare: regolarizziamo ’sta gente per uno o due mesi,
facciamogli raccogliere ’ste quattro angurie e poi arrivederci.

E’ un nuovo tipo di trasversalità che, silente e inesorabile, congiunge destra e
sinistra restituendo il Paese a una concordia carsica, riluttante a riconoscersi in un’epifania amorosa. Ma c’è, prendete i famosi 376 boss provvisoriamente
scarcerati da Bonafede (vi sfugge la strabiliante comunione nel dichiarare il
ministro mozzaorecchi non abbastanza mozzaorecchi?). Quelli al 41bis, cioè
ristretti al carcere duro per mafia, sono tre, quelli nemmeno mai processati
sono centoventi, quelli non ancora condannati in via definitiva quasi
duecento, alcuni sono vecchi, hanno il cancro, sono a pochi mesi dal fine
pena, ma tuttavia è un’offesa alla morale del caporale collettivo che eccita
questo tempo. Li si risbattano al gabbio, dice la retta coscienza nazionale.
Eccola la chiave: siamo diventati una comunità di caporali. Caporali di
destra e caporali di sinistra che non sanno più vedere dov’è un uomo.

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Antropocentrismo, allevamento intensivo e democrazia alimentare

91925139_10158900417767985_2931309209515458560_oGiovedì scorso – come ogni giovedì – con il manifesto è uscito l’inserto l’Extraterrestre il cui tema principale era “troppa carne al fuoco”. Leggendolo ho sentito il bisogno di scrivere queste righe mosso da quell’immancabile spirito all’analisi critica che ci aiuta a crescere nelle nostre conoscenze e nella nostra politica. Poche righe scritte da lettore affezionato del giornale che, negli ultimi anni, ha ospitato anche alcuni miei interventi, legati al mio lavoro con Antigone.

Ma stavolta il carcere non c’entra, anche se da un punto di vista quantomeno linguistico l’accostamento dei detenuti agli animali, tramite l’epiteto di “bestie” che spesso li accompagna, meriterebbe senza dubbio un approfondimento. Il motivo che mi ha spinto a scrivere è la mia personale scelta etica – e di conseguenza alimentare – di diventare vegetariano prima e vegano poi. Una scelta compiuta ormai 8 anni fa e che, nel corso degli anni, mi ha portato ad approcciarmi a testi e studi che hanno spostato la visione di quella scelta personale verso una scelta che ha dei precisi connotati politici. Anche su questo, tuttavia, non mi voglio dilungare. Ci sono tante persone che ne scrivono in maniera molto più ampia e curata di quanto non farei io e, spesso, anche il manifesto le ospita.

Dunque vado al punto della questione che riguarda una presunta possibile alternativa agli allevamenti intensivi, attraverso la scelta di una filiera corta, controllata e più “etica” (metto il termine etica tra virgolette perché è difficile per me, per la mia etica, pensare che ce ne possa essere un’altra che contempla l’uccisione di un animale, in qualsiasi condizioni lo si sia fatto vivere precedentemente).

Poco tempo fa ho letto un interessante libro di Stefano Liberti, “I signori del cibo”, un viaggio che l’autore ha fatto per raccontare alcuni settori dell’industria alimentare. In questo reportage venivano raccontati tanto i sistemi intensivi di allevamento o coltivazione, quanto quelli “slow”. L’autore, spesso, si poneva la domanda se, questi ultimi, potessero essere in grado di sfamare una popolazione mondiale oggi arrivata a contare 7 miliardi di persone e che sappiamo essere in rapida crescita. Una domanda a cui ne aggiungo un’altra e che riguarda in prima persona l’industria della carne: non avere più allevamenti intensivi, non distruggerebbe la democrazia alimentare?

Molti anni fa lessi Germinale, di Emile Zola, e sottolineai una frase che riporto: “- Vi prego di scusarmi… Avrei tanto voluto offrirvi delle ostriche… Sapete, il lunedì arrivano quelle di Ostenda a Marchiennes, ed era mia intenzione mandare la cuoca a prenderle in carrozza… Ma lei ha avuto paura di essere presa a sassate. Fu interrotta da uno scoppio di risa: tutti sembrarono trovare la cosa alquanto divertente. […] – Comunque vada, ecco intanto una prelibatezza che loro non avranno mai, – dichiarò Grégoire, prendendo una fatta di prosciutto”. Il pezzo in questione si riferisce ad un pranzo che il proprietario della miniera, al centro del romanzo dell’autore francese, stava dando nella sua casa, mentre fuori i minatori (loro) erano in sciopero per le condizioni drammatiche in cui vivevano a causa dello sfruttamento subito. All’epoca di questa lettura ancora mangiavo carne e sottolineai questa frase perché pensavo che raccogliesse tutto lo spirito dell’ingiustizia raccontata in quel romanzo e che sappiamo bene quanto fosse reale. Molti anni e molte letture dopo resta quella percezione di ingiustizia, che almeno dal punto di vista della disponibilità di quella materia prima, il prosciutto nel caso del romanzo, gli allevamenti intensivi hanno permesso di mitigare. Jeremy Rifkin, nel suo “Ecocidio”, ci racconta molto bene il rapporto tra carne e benessere. Il consumo di questo alimento iniziò a salire quando, a seguito della rivoluzione industriale, in Inghilterra si formò la classe operaia. Mangiare carne divenne il carattere distintivo di questa ascesa sociale e proprio in quel momento si andò alla ricerca di soluzione per compensare all’aumento della richiesta di questo cibo. Gli allevamenti intensivi furono una di queste risposte. Aumentarono la disponibilità e mantennero bassi i prezzi. Proprio a questa calmierazione fa riferimento un altro libro, stavolta “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, quando ci racconta di come negli Stati Uniti, in riferimento all’avicoltura, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, mentre il costo di una casa nuova fosse aumentato del millecinquecento per cento, quello di un’auto nuova di più del millequattrocento per cento, il prezzo del latte di solo il trecentocinquanta percento, quello delle uova e della carne di pollo sia neppure raddoppiato.

Sono dunque stati gli allevamenti intensivi a consentire alla maggior parte delle persone di avere sulla propria tavola della carne.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che non c’è necessità comunque di mangiarne ogni giorno e nelle quantità che attualmente conosciamo. Una giusta obiezione a cui se ne può contrapporre un’altra, richiamando il quanto mai semplice – e tuttavia centrale – principio della domanda e dell’offerta, su cui si basa ampiamente il funzionamento del mercato. Sappiamo bene che quando c’è scarsa offerta in presenza di una grande domande i prezzi salgono. Cosa accadrebbe dunque alla carne in una situazione di grande domanda (che permarrebbe) e di poca offerta? Questa legge, in assenza quanto meno di interventi statali di controllo dei prezzi, ci dice che il costo crescerebbero a livelli che per molti diventerebbero inaccessibili.

Dunque è assolutamente vero che le attuali forme di allevamento intensivo sono insostenibili a livello ambientale e umano, ma sono certamente un elemento centrale di quella democrazia alimentare cui facevo riferimento poco più su. Altre forme di allevamento eliminerebbero in parte (o in buona parte, a seconda della loro diffusione) le prime due esternalità negative, ma garantirebbero quell’eguale accesso alle risorse alimentari?

Perché il problema, quando si parla di animali, è che vedere la questione da un punto di vista antropocentrico – con l’uomo al centro del sistema dove tutto è a sua disposizione – è come avere una coperta troppo corta per il letto dove si dorme, la puoi tirare in tutti i modi ma una parte del corpo resta sempre scoperta.

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Davvero mettere una soglia alla scontistica sui libri salverà le librerie?

Ogni volta che chiude una libreria, in molti sono pronti a dare la colpa ad Amazon o ai colossi dell’on-line. Che probabilmente hanno le loro grandi responsabilità, anche se in un paese dove si legge pochissimo forse è una analisi fin troppo sbrigativa. Sembra più la ricerca di un capro espiatorio, per cui noi italiani siamo certamente maestri, che ci liberi dal peso di ragionare realmente sulle cose, ci consenta di archiviare la questione e guardare avanti.

Personalmente credo che le librerie abbiano una funzione che va al di là della vendita di libri, rappresentando un inestimabile presidio culturale. Per questo cerco di comprare il più possibile libri in questi luoghi fisici e non nel virtuale. E cerco di comprarne il più possibile in una libreria della mia città, che in quanto a presidi culturali ne ha un bisogno enorme. Ho dunque messo da parte anche il kindle, che ho ormai da diversi anni e su cui avrò letto una manciata di libri. E quando dico manciata intendo che si contano sulle dita di una mano, che per uno come me che – salvo lo scorso anno, quando la paternità mi ha preso totalmente – legge 25-30 libri l’anno è davvero un’inezia. Anche se sulla scelta di accantonare il più possibile il kindle subentra anche l’amore feticcio per il libro di carta e per le librerie piene in casa.

Tuttavia, se questa mia scelta fa bene alla libreria, fa bene anche a editori e scrittori? Qualche settimana fa ho comprato quattro libri. Li avevo visti su Amazon e avrei speso 51 €. Li ho comunque comprati in libreria, spendendo però 60 €. Con quei 9 € di differenza avrei dunque potuto comprare probabilmente un altro libro, dando soldi ad un’altra casa editrice e ad un altro scrittore.

Anche le case editrici (oddio, non tutte eh, di alcune nessuno sentirebbe la mancanza, specie in un’epoca in cui tutti scrivono, pensando che scrivere sia roba per tutti), sono un presidio culturale fondamentale per un paese. Uno strumento straordinario di circolazione delle idee e di crescita personale e collettiva. Ho incontrato libri che hanno inciso profondamente nel mio modo di pensare e di essere (del resto è stato proprio un libro a darmi la spinta decisiva perché diventassi vegetariano prima, vegano poi).

Insomma, la questione è molto più complessa di come la si dipinge.
Nella mia piccola e personale analisi penso tuttavia che non sarà un provvedimento che pone un tetto massimo alla scontistica sui libri a salvare le librerie. Però penso che questo stesso provvedimento potrebbe invece penalizzare case editrici e scrittori.
Ma questo è un paese dove le cose non si affrontano mai in maniera approfondita e si cerca sempre la strada più semplice, pensando che sia la migliore (o che comunque sia meglio di non fare niente).

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Affideresti i tuoi soldi ad un nero?

Il primo libro che ho letto in questo 2020 è “Un altro tamburo”, romanzo di William Melvin Kelley, pubblicato nel 1962, nel pieno della lotta dei cittadini neri americani per il riconoscimento dei loro diritti civili e ristampato recentemente in Italia da NNE. Un consiglio indiretto del caro Marco Petrelli che ne ha ottimanente scritto sulle pagine del manifesto. E perciò questa non sarà una recensione ma una riflessione che un pezzo di storia dell’America segregazionista mi ha suscitato.

Affideresti i tuoi soldi ad un nero?
Sono tanti anni che penso a questa domanda. Tante volte ci ho pensato, ma sono poi mancati sempre luoghi di confronto dove cercare una risposta. Su per giù la prima volta che me la sono fatta è stato nel 2012. Un all’epoca quasi trent’enne come ero, figlio di quella “generazione perduta” (come la definì l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti), spesso deve accontentarsi di fare lavori che magari non avrebbe necessariamente voluto fare. Per un periodo – breve – io mi trovai a fare il consulente assicurativo. Esperienza interessante, comunque, che mi ha dato modo di imparare molte cose e riflettere su molte altre. Come appunto quella che genera queste poche righe. Durante uno dei momenti formativi, si è parlato anche del dress code: abito, camicia, cravatta. Il motivo è semplice, soprattutto quando proponi assicurazioni vita (piani di risparmio, piani pensionistici) le persone – in molti casi anche sconosciute – devono decidere in un paio di incontri, e quindi in poche ore, di affidarti una parte dei loro risparmi. Quello che le spinge a farlo è l’esigenza di avere un piano di quel tipo, la compagnia assicurativa che può tranquillizzarti ma, più di tutti, ci sei anche tu. E devi ispirare fiducia, dal primo sguardo. Qualcuno deciderebbe di affidarti 20.000-30.000 € (o più) se tu andassi ad incontrarle in maglietta e jeans strappati? Probabilmente no, almeno nella maggior parte dei casi. E del resto questa è una prassi che riguarda la maggior parte delle persone che lavorano nel ramo commerciale di qualsiasi azienda.
Quel giorno, mentre il formatore parlava, ho iniziato a fare mente comune e a chiedermi quante volte avessi visto una persona nera lavorare in una banca o in una compagnia assicurativa. Certo, non sono certo uno di quelli che frequenta chissà quante banche. Nella mia vita sarò entrato in una trentina di filiali e in tre o quattro agenzie assicurative. Non è di certo un campione statistico considerevole o affidabile, ma è un campione. E in questo personale campione il numero di neri è ancora a zero. Negli ultimi anni, inoltre, per lavoro passo quotidianamente davanti alla recente direzione nazionale di una grande banca italiana. Spesso incrocio dipendenti di questa banca che escono per il caffè o per il pranzo. E finora non ho mai visto una persona nera tra i dipendenti.
Quello che mi sono chiesto da quel giorno è, dunque: ma se un giorno andassi in banca, o entrassi in un’agenzia assicurativa per stipulare un qualsiasi tipo di piano e il consulente fosse un ragazzo o una ragazza nera, vestito o vestita in modo impeccabile, deciderei di affidargli parte dei miei risparmi (guadagnati con non poco sudore e spesso con non poche rinunce)? Sono abbastanza certo che io lo farei. Ma gli altri? Se ti chiamasse uno Stefano e ti dicesse (è così che funzionano in una buona quantità di casi gli appuntamenti di un consulente assicurativo): “salve, come le aveva anticipato il suo amico, la chiamo per quel suo interesse per un piano pensionistico integrativo. Le va bene vederci tale giorno in tale ora. Benissimo, se mi dà l’indirizzo di casa sua me lo appunto. Grazie, a quel giorno”. Poi quando apri la porta scopri che quello Stefano è un ragazzo nero, quale sarebbe il tuo impatto? Penseresti ad un professionista o penseresti ad un venditore ambulante che in spiaggia magari prova a venderti un asciugamano?
Me lo sono chiesto e me lo continuo a chiedere. E, fuori da ogni ipocrisia, mi rispondo che no, la maggior parte delle persone i loro soldi ad un nero non glieli darebbero.

Leggendo “Un altro tamburo” ho quindi pensato che siamo certamente meno segregazionisti di quanto non fosse l’America – e in particolare quella del Sud, e ci vuole davvero molto poco. Ma che dalla mia esperienza emerge che una sottile forma di segregazione ancora c’è.

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Ecco perché non andrò più ad una fiera del libro

In questi giorni a Roma è in corso la Fiera della piccola e media editoria. Un appuntamento immancabile per me, fino a due anni fa.
Negli anni ho partecipato a tante fiere del libro, questa di Roma, ma anche quella internazionale di Torino. Ma dall’anno scorso ho deciso di non andarci più.

In un mondo dove tutto è veloce, dove tutto è merce, tutto è consumo, per me un libro è un luogo di rifugio. È riappropriarsi del tempo. È fermarsi e poter stare fermo per ore. È poter stare a casa sul divano in un’attività che di produttivo (nel senso di Pil, soldi) non ha nulla. Salvo certo l’acquisto del libro, sempre che sia stato acquistato e non sia un prestito o un passaggio da genitori a figlio.

Allo stesso modo è riappropriarsi del proprio tempo entrare in una libreria, mettersi a guardare i libri, sfogliarli, annusarli, senza che mille mani siano intorno a te pronte a prenderlo e mille persone lì in attesa che tu ti sposti per avere il loro turno in prima fila davanti al banco. È riappropriarsi del proprio tempo parlare con il libraio. Di libri e di autori certo, ma anche di quanto accade lì fuori. Non essere stretto fra stand, case editrici, dove troppo spesso quei libri lì esposti diventano blocchi di carta e non storie, racconti. Alcune belle, altre brutte, ma spesso degne di essere raccontate.

È riappropriarsi del proprio tempo anche andare ad una presentazione dove l’autore non è compresso fra tempi e orari. Dove non ha intorno duecento persone che lo costringono (nei casi che conosco posso immaginare con molto dispiacere) a rapporti precari, sbrigativi. Ad una stretta di mano, un saluto, un come stai e poi un altro saluto, un’altra stretta di mano e ancora saluto, stretta di mano un come stai, e via così.

Non andare più ad una fiera è quindi un modo di riaffermare a me stesso l’importanza di questi tempi, di questi spazi, lontani dalla frenesia mercantistica dell’oggi (e delle Fiere).

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Antispecismo, sinistra e risposte a obiezioni comuni

Lo ammetto, su facebook seguo la pagina di Potere al Popolo e ogni tanto gli metto anche qualche like. Cosa accaduta anche poco fa con un post nel quale si parla di cambiamenti climatici. Dopo averlo fatto ho continuato a scorrere la pagina e mi sono soffermato sul primo commento in evidenza sotto il post. Questo (sui cui potremmo comunque discutere):

Così mi sono letto anche le risposte al commento.
Non mi sorprendono. So la scarsa attenzione al tema. Quello che mi sorprende in realtà (e ne scrissi anche qui qualche anno fa) non è il fatto che si mangi carne, ma la totale assenza di analisi critica, l’incapacità (e la mancata volontà) di sapersi interrogare, le risposte cariche di luoghi comuni e pregiudizi, tutte questioni di fondo che si creano attorno a questo tema che, a ben vedere, non riguarda solo gli animali, ma l’ambiente, lo sfruttamento dei lavoratori, le disuguaglianze.
A beneficio di tutti, diamo delle risposte ai commenti delle persone che avevano un account che in qualche modo permetteva di vedere cose che loro condividono e che quindi possiamo annoverare al campo della sinistra.

Questo commento in realtà non merita una risposta nel merito. L’accusa di essere radical chic è sempre usato per silenziare proprio il discorso. Solitamente lo si usa per delegittimare l’interlocutore, per non dover affrontare le questioni che pone. Io me lo sento dire quando parlo di migranti, quando parlo di carceri e anche quando parlo di antispecismo. Solitamente condito da frasi tipo “si vede che stai bene economicamente per preoccuparti di queste cose”. E’ bene precisare che con l’80% di quelli che me lo dicono farei uno scambio di beni e proprietà, ci andrei a guadagnare.

A questo commento non è facile rispondere. E’ una risposta completamente scollegata dall’affermazione che la ha generata. Non entra nel merito della questione ed è una frase fatta come un’altra. Comunque si potrebbe dire, ad esempio, che a digiuno ci restano milioni di persone ogni giorno grazie all’opulenza occidentale che si manifesta anche nel mangiare carne. Infatti due terzi della soia prodotta nel mondo (quella che per essere coltivata produce il disboscamento dell’Amazzonia) viene utilizzata per l’alimentazione animale, quando potrebbe sfamare uomini, donne e bambini. Inoltre l’allevamento animale sta portando all’inquinamento dei suoli e delle falde acquifere, nonché all’impoverimento di queste ultime. In un periodo in cui le acque dolci sono in rapido esaurimento consumiamo, per un chilo di carne, 15.000 litri di acqua, quando per un chilo di grano ne bastano mille. Dunque qualcuno forse non solo digiuna, ma neanche beve.

Questi sono due commenti dello stesso tenore. Mi fa sempre specie che venga da sinistra perché è profondamente classista. Su come il consumo di carne sia diventato di massa con l’emersione della classe operaia inglese e come da quel momento mangiarne fosse sinonimo di un avanzamento nella scala sociale ne ha scritto benissimo Jeremy Rifkin in Ecocidio (io ne ho parlato qui) e quindi non mi dilungo.
Ma a tal proposito amo sempre citare un passaggio di Germinal di Emile Zola. Mentre i minatori (sfruttati, abitanti in baracche, alle prese con problemi di salute di ogni tipo e con una vita di stenti), erano in sciopero davanti alla casa del padrone della miniera, lui era a pranzo con degli amici e la moglie, portando a tavola del prosciutto disse “mangiamoci noi questo prosciutto che loro non mangeranno mai”. Safran Foer in Se niente importa spiega come il prezzo della carne sia cresciuto pochissimo nel corso degli ultimi decenni (anche in confronto ad altri beni, auto, case, ecc.). Un fattore dovuto alla nascita e lo sviluppo degli allevamenti intensivi che hanno permesso di aumentare la produzione, mantenendo bassi i costi. Fare solo allevamenti biologici (o non intensivi) significa una disponibilità di carne infinitamente più bassa, quindi costi altissimi e quindi un elemento di divisione di classe (tanto sarebbe appannaggio solo dei ricchi).

Anche questo è un commento che desta un sorriso. Noi non mangiamo gatti e cani ma non ne abbiamo interi branchi che girano per le strade della nostra città. Gli animali “da reddito” sono tantissimi perché noi li costringiamo a riprodursi a ritmi contro natura, viceversa non sarebbero così tanti (non di certo gli oltre 150 miliardi che ogni anno uccidiamo). E comunque si può fare un controllo sulle nascite.

Anche questa è una risposta tipica. Anche se in effetti è una non risposta. Diciamo che non so cosa risponderti, non mi va di pensare alla tua domanda, non mi va di interrogarmi e allora provo a mettere in campo la tua possibile e presunta incoerenza. La mia risposta solitamente è: ok, uso shampoo e auto. Uso facebook e ascolto la radio. Compro vestiti da Decathlon che probabilmente produrrà qualche operaio sfruttato in qualche paese povero. Ho un impatto sul mondo e pur volendo non ne posso fare a meno. Comunque provo a comprare meno vestiti possibili. Provo a non farmi una doccia al giorno. Utilizzo i mezzi pubblici ogni volta che è possibile. E lo ho ridotto attraverso l’attività antropica che più inquina: l’alimentazione carnivora. Te?

Insomma, nessuno pensa di aver ragione e che la propria scelta sia necessariamente la più giusta (oddio, forse io lo penso ma ho grande rispetto per chi fa scelte diverse), ma non barricarsi dietro risposte di comodo e interrogarsi sulle questioni sarebbe utile. Anche perché – e so che potrei offendere qualcuno – spesso queste risposte sono dello stesso tenore di quelle che leggo in giro quando ad esempio si parla di accoglienza dei migranti o di altri temi sensibili.

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Perché sono contrario al reddito di cittadinanza?

Chi ha frequentato ambienti della sinistra avrà sicuramente affrontato la questione reddito (che qui si chiamava e si chiama ancora “minimo garantito”) a partire da almeno due/tre decenni fa. Solitamente mi sono imbattuto in due posizioni contrapposte: i favorevoli, in nome della necessità di avere questo strumento, e i contrari, convinti che lo Stato dovrebbe prima di tutto offrire lavoro, da cui discende di conseguenza il reddito.

Io, personalmente, sono molto più vicino a questa seconda posizione. E lo sono ancor di più nell’attuale situazione italiana.
Ogni giorno, facendo una vita da pendolare, mi imbatto nei disservizi di cui Roma e la sua società di gestione del trasporto pubblico locale sono capaci. Una rete di metropolitane ridotta ai minimi termini, mezzi obsoleti, vecchi, sporchi, senza aria condizionata, in alcuni casi rotti. C’è poi la nuova stazione di Acilia, sulla tratta Roma-Lido, che avrebbe dovuto essere terminata a dicembre 2016 e i cui lavori, prima a rilento, sono fermi ormai da mesi.
Ma se mi guardo intorno è facile rendermi conto delle strade ridotte a colabrodo, di scuole e ospedali che necessiterebbero di manutenzione (oltre al fatto che ne servirebbero di nuovi). C’è poi un territorio da sanare dove ogni alluvione, ogni terremoto porta con se distruzione e morti.
Insomma, in Italia ci sarebbe davvero un bisogno disperato di tornare ad investire sul territorio e nelle opere pubbliche e, personalmente, ritengo che se debito debba essere fatto (e il debito non penso sia necessariamente un male), sia meglio farlo per questo tipo di attività che, di conseguenza, impegnerebbero nuova forza lavoro – quella più e quella meno qualificata.

Ma sono da sempre disposto ad ascoltare con attenzione chi perora la causa di un reddito minimo garantito e ad interrogarmi su questo strumento. Lo ho fatto anche sulla questione reddito di cittadinanza e sulla proposta del governo giallo-verde, arrivando alla conclusione che ci siano elementi fin troppo negativi affinché la proposta si possa accogliere.


Innanzitutto quelle che sarebbero le spese ammesse. Per lo più cibo e altri beni primari. Ma il problema è che io non mi sento cittadino solo quando mi metto a tavola e mangio o quando mi alzo la mattina e mi vesto. Io mi sento cittadino anche, e soprattutto, quando ho la possibilità di entrare in una libreria e comprare un libro che serve a formare la mia opinione, cosa che mi rende un buon cittadino. Quando posso andare al cinema, al teatro, ad una mostra. La cultura non sarà un bene primario. Spesso ci sentiamo ripetere che con la cultura non si mangia. Eppure vorrei trovare qualcosa che possa formare un cittadino meglio della cultura. Mi sembra paradossale che un reddito di cittadinanza non tenga conto di questo fatto, come pare potrebbe avvenire. Come se, appunto, comprare un libro o andare a teatro sia un vezzo. Più che un reddito di cittadinanza, dunque, questa misura sarebbe più una carità. Legittima. Importante in molti casi. Ma pur sempre una carità.
Trovo anche sbagliato che non si possano comprare smartphone o computer. E mi sembra paradossale che a negarlo sia una forza politica che, a più riprese, parla della democrazia digitale che spazzerà via ciò a cui siamo abituati. Forse in molti di questi due strumenti fanno un uso sbagliato e monco. Ma smartphone e pc sono due elementi irrinunciabili oggi. Per studiare, lavorare, formarsi, informarsi. Anche queste sono cose che aiutano a formare un cittadino e a liberarlo dal, cosiddetto, assistenzialismo statale.
E sono fondamentali ancor di più perché chi percepisce il reddito di cittadinanza sarà obbligato a seguire dei corsi di formazione. Ma saranno corsi di formazione da estetista, idraulico, manovale, parrucchiere o potranno essere anche da contabile o da grafico, ad esempio? Perché per fare questi ultimi due probabilmente un computer servirà e forse il reddito potrebbe servire a comprarlo.

In generale mi pare si sia tornati ad un’idea di povero tipica della prima modernità dove queste erano considerate persone “non meritevoli” e dunque da controllare. Prima ciò avveniva nelle workhouse, ora avviene attraverso un controllo serrato della Guardia di Finanza sulle spese che si fanno e con la promessa di pene carcerarie fino a 6 anni.

Ci sono poi due altri aspetti che trovo assurdi. Il primo sta nel fatto che se percepisci il reddito dovrai svolgere lavori di pubblica utilità. Anche in questo caso mi pare che ci sia un’idea di disoccupazione sbagliata. Come se questa fosse una colpa individuale o una scelta dettata dalla voglia di stare tutto il giorno sul divano e non una responsabilità che interroga da vicino le politiche economiche di uno Stato. Il secondo elemento riguarda invece il fatto che qualsiasi lavoro ti verrà offerto dovrai accettarlo (o non potrai comunque rifiutarlo più di tre volte) pena la perdita del sussidio.
Questi due aspetti mi sembrano collegati e riprendono in parte anche la questione che affrontavo all’inizio nella contrapposizione reddito vs. lavoro.

Perché una persona con un livello di formazione medio/alto a livello universitario dovrebbe accettare di svolgere un lavoro socialmente utile, o un qualsiasi lavoro che ti venga offerto, anche se totalmente dequalificanti rispetto alla propria preparazione?

Come dicevo per me lo Stato dovrebbe creare le condizioni per cui quella persona non possa fare il lavoro per cui si è formata. Se non proprio il marxista “ognuno secondo le sue capacità a ognuno secondo i suoi bisogni”, qualcosa che comunque ci si avvicini. Capisco da me che non tutti riusciranno a trovare una professione che sia in linea con le sue aspettative, le sue capacità, i suoi bisogno. Conosco persone laureate, con master, che hanno lavori dequalificati. So che però questa è stata una loro libera scelta, dovuto ad un insieme di fattori personali, e non un’imposizione.

Il reddito minimo garantito di cui all’inizio, nei dibattiti che si facevano, era uno strumento che si pensava per sottrarre le persone al circolo vizioso dell’attuale congiuntura economica, alla necessità di accettare un qualsiasi lavoro, ancor più se demanzionato e sottopagato. Il reddito di cittadinanza diventa invece uno strumento per costringerti ad accettare questi lavori. Anche se certo, una scelta c’è, puoi rinunciarci.

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Etica e odio verso i vegani. Quattro risposte

Qualche giorno fa sono stato intervistato da Vice. La domanda di fondo era: “Perché i vegani scatenano ogni volta tutto questo odio?”. Lo hanno chiesto a quattro di noi e uno, per l’appunto, ero io. L’articolo è qui, ma visto che per ovvie necessità giornalistiche sono dovute essere tagliate, di seguito le mie quattro risposte.

Disclaimer. Sono sgrammaticate così come lo erano nell’originale. Risposte scritte, ma scritte come se fossero parlate.

Da quanti anni sei vegano e perché hai deciso di diventarlo?
Sono diventato vegetariano oltre cinque anni fa, mentre da circa un anno e mezzo sono vegano. Da sempre sentivo una qualche forma di ingiustizia nel mangiare carne, tuttavia piuttosto che affrontarla e attivare quel percorso di “autocoscienza” per usare un termine del femminismo, ho preferito sempre non pensarci. A mettermi davanti a quella che ore considero una mia contraddizione è stato il trovare e prendere un gatto che mi ha spinto a pensare all’empatia che si prova verso loro e che loro provano verso te e di conseguenza al diritto di vivere di un animale. Ma la spinta decisiva è arrivata da un libro, “Se niente importa” di Safran Foer che sa descrivere, con la capacità propria di un grande narratore, il mondo dello sfruttamento animale ponendosi tuttavia come una riflessione personale che riguarda una scelta propria e i motivi che la hanno provocata, senza volontà “convertitoria”. Uno stile che è anche il mio.

Perché, secondo te, ogni volta che si parla di vegani – o dieta vegana – in Italia si scatena un putiferio?
Questa è una bella domanda a cui mi viene difficile però dare una risposta. Penso che i vegani portino in sé un’alterità che mette davvero in discussione alcuni punti fermi nella vita delle persone. Il cibo infatti, oltre ad essere una necessità, è anche un elemento fondante di culture (personali e collettive) e tradizioni. La nostra cultura e la nostra tradizione, inutile negarlo, sono costruite anche sul mangiare animali. I vegani in questo sono un elemento di rottura. In più credo che in parte possa dipendere anche dal fatto che il vegano possa rappresentare un’irruzione nella propria vita soprattutto per quanto riguarda il percorso di autocoscienza di cui parlavo in precedenza. Spesso incontrarne uno ti costringe a porti delle domande che non avresti voluto farti o che avresti ignorato volentieri e a pensare al fatto se sia o meno giusto il tuo modo di alimentarti. Spesso è normale – e accade anche in altri terreni che riguardano le minoranze, dai migranti, agli omosessuali – che per respingere questa alterità e dissonanza si cerchino risposte negatorie che consentano di affermare la propria persona. In questo non vedo differenza tra il bambino ricoverato per la dieta vegana o il migrante che stupra, né vedo differenza nel modo di trattare la notizia da parte di molti media.

Da dove pensi che derivi tutto questo odio?
Credo di aver risposto in buona parte nella domanda precedente.

Una delle accuse più ricorrenti è che diventare vegano sia una “moda”, o un vezzo da hipster. È così?
Come tutti i fenomeni sociali potrebbero sicuramente esserci anche persone che decidano di diventarlo per “moda”. Tuttavia credo che anche il dire “è una moda” sia semplicemente un’altra delle modalità negazioniste dell’identità altera. Dire che una cosa è un vezzo significa non dover avere necessità di approfondirlo. “Sono cose da giovani, poi passeranno”. Frase che tutti abbiamo sentito dire mille volte sui più svariati argomenti, ben sapendo che dietro si celava una semplificazione e un mancata voglia (o capacità) di ragionare sulle reali motivazioni da cui scaturiscono.

Dall’altro lato, c’è chi considera il veganismo una forma di estremismo politico – di qui l’espressione “nazi-vegani”. Cosa ne pensi?
Anche su questo torno al parallelo tra vegano e migrante. Categorizzare un individuo per un suo status può essere comodo, funzionale, può segnare semplicemente ignoranza, spesso malafede. I vegani sono accomunati da una scelta alimentare, poi tra loro trovi quelli di sinistra, di destra, i giustizialisti, i razzisti, ecc. Personalmente il mio essere vegano è una conseguenza dell’essere innanzitutto antispecista. L’antispecismo politico parte dal presupposto che quello animali sia uno sfruttamento che parte da una posizione di dominio, in questo caso di una specie (quella umana) su un’altra (quella animale). Ma vive di interconnessioni, perché di sfruttamento se ne può rintracciare ovunque, per ultimo proprio nel mondo dei migranti a cui ho già fatto riferimento più volte. Se sono vegano è quindi con ogni probabilità anche perché sono di sinistra e perché mi occupo di diritti umani. In questo senso di certo un “nazi-vegano” non ha nulla da spartire con me.

Secondo te, come si può conciliare la tua scelta in un mondo in cui – per vari motivi – non si può essere completamente vegani?
Innanzitutto ritengo che essere completamente vegani sia assolutamente possibile. Per il resto potrei risponderti attraverso una frase di Martin Luther King che in un’occasione disse “prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare, a volte bisogna prendere una decisione semplicemente perché la coscienza dice che è giusta”. Proprio partendo da questa frase ritengo che questa sia innanzitutto una scelta personale che quindi deve conciliarsi con il proprio mondo e il proprio modo di vivere. Una scelta assolutamente possibile da compiere senza difficoltà. Da qui si parte per confrontarsi con il mondo esterno dove certamente ci si ritrova a fare i conti con il fatto di essere una piccola minoranza e dove, credo, la cosa principale che si possa fare è creare consapevolezza affinché più persone possibile possano fermarsi a riflettere sulla fatto che la loro scelta sia giusta.

Pensi che la dieta vegana sia più etica e responsabile di altre?
Ovviamente, personalmente, ritengo di sì. Tuttavia poi bisogna fare i conti con l’etica e sul fatto che accanto ad un’etica sociale condivisa (o che dovrebbe essere condivisa) poi c’è sempre un’etica personale. Ritengo che la possibilità di una donna di abortire sia etico? Certamente sì. Poi c’è chi la pensa diversamente. Lo stesso vale nell’alimentazione e sul fatto di mangiare o meno animali. Prima di fare questa scelta ho mangiato carne e pesce per 29 anni, con amici vegetariani che provavano a convincermi (nei modi sbagliati evidentemente) che questo non era corretto. Il salto, come dicevo all’inizio, è stato dovuto ad una presa di coscienza individuale. La mia etica è cambiata. Ma perché accanto a questa c’è stata anche una presa di coscienza politica e ambientale (l’antispecismo appunto). Quindi sì, ritengo che essere vegano sia eticamente più giusto che essere onnivoro, ma credo anche che farne un discorso di sola etica non sia una strategia vincente.

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Aiutiamoli a casa loro. Cronaca di una cartolina social

Ad un certo punto di una giornata qualsiasi sulla pagina ufficiale del Partito Democratico spunta una cartolina. Dopo poco viene tolta ma evidentemente, più di qualcuno tra quelli iscritti alla pagina fa in tempo a salvarla.

Si scopre più tardi che è un estratto (fedele) del nuovo libro di Matteo Renzi.

Monta la polemica, come è comprensibile, alla quale lo stesso segretario del PD risponde su facebook. Voleva fare un discorso serio sui social, la gente non ha capito e – senza leggere – ha preferito fare polemica.

Tuttavia la frase ricorda troppo le posizioni di un altro Matteo (Salvini) e pensare che siano gli altri a non aver capito sembra anche un po’ arrogante come discorso. Tant’è che l’altro Matteo, che di queste posizioni fa il suo stesso essere in politica non perde l’occasione e dopo poco sui suoi social e su quelli di Lega Nord e Noi con Salvini appare quest’altra cartolina.

Un po’ in ritardo e con meno brillantezza anche Forza Italia prova ad intestarsi la primogenitura dell’orrendo e insopportabile “aiutiamoli a casa loro”.

Forse saremo noi a non aver capito, ma quando chi si dichiara di sinistra (o centro-sinistra) rinuncia a capire le ragioni di fondo di un fenomeno e smette di affrontarlo nella sua complessità, tacciando chi prova a farlo di buonismo (parola usata da Renzi in diverse interviste degli ultimi giorni, ma prima di lui usata a destra), smette di essere sinistra (o qualsiasi cosa a quell’idea possa avvicinarsi) e perde anche di vista lo stato di diritto e i diritti umani, su cui si fonda l’accoglienza dei migranti.

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